giovedì 23 novembre 2017

21 novembre - da M. Spezia: SICUREZZA SUL LAVORO: KNOW YOUR RIGHTS! “LETTERE DAL FRONTE” DEL 21/11/17



Marco Spezia
ingegnere e tecnico della salute e della sicurezza sul lavoro
Progetto “Sicurezza sul lavoro: Know Your Rights!”
Medicina Democratica - Movimento di lotta per la salute onlus
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 INDICE
 Slai Cobas per il Sindacato di classe tarantocontro@gmail.com
6 DICEMBRE A TARANTO
NEWSLETTER MEDICINA DEMOCRATICA

 USB Sanità Notizie sanita@usb.it
LA TUTELA DEL PREPOSTO “LA SENTINELLA DELLA SICUREZZA”
NELLA BATTAGLIA DELL’ACCIAIO, GENOVA PROTAGONISTA CONTRO I LICENZIAMENTI!
 Federazione Toscana PCARC federazionetoscana@gmail.com
FARE COME ALLA GINORI E ALL’ILVA, OCCUPARSI DELLE AZIENDE E USCIRNE PER RIPRENDERSI IL PAESE!
 Posta Resistenze posta@resistenze.org
POLITICHE DEGLI ATTIVI (AZIENDALI): IL GIOCO DELLE TRE CARTE DELL’ANPAL
 PCARC Sezione Massa carcsezionemassa@gmail.com
DALLA RATIONAL A NCA: SPEZZIAMO LE CATENE! INVERTIAMO LA ROTTA!
LA NUOVA COSCIENZA DI CLASSE: QUELLA DEI SUBALTERNI
 Luca Nanfria Unione Sindacale di Base l.nanfria@usb.it
CASSA DI SOLIDARIETA’ A SOSTEGNO DI TULLIO ROSSI
 Luca Nanfria Unione Sindacale di Base l.nanfria@usb.it
USB SANITA’ LIGURIA: REGIONE, IL TEMPO VESTIZIONE VA RETRIBUITO
 La Città Futura noreply@lacittafutura.it
HONEYWELL, I CORPI SI ARRENDONO (PER ORA), MA NON GLI ANIMI
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From: Medicina Democratica segreteria@medicinademocratica.org
To:
Sent: Monday, October 23, 2017 12:43 PM
Subject: NEWSLETTER MEDICINA DEMOCRATICA

NON C’E’ FINE AI VEL-ENI IN VAL D’AGRI
Riportiamo una corrispondenza di Maurizio Bolognetti, di Medicina Democratica Basilicata sui veleni della Val d’Agri.
Si veda anche il link:
con la conferenza stampa dell’autore su radio radicale.
Leggi tutto al link:
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Da: USB Sanità Notizie sanita@usb.it
A:
Data: Tue, 31 Oct 2017 12:00:42 +0100
Oggetto: LA TUTELA DEL PREPOSTO “LA SENTINELLA DELLA SICUREZZA”

A volte si ha come la sensazione che questo ruolo, erroneamente, sia poco considerato nella sua importanza e se ne sottovalutino anche le eventuali ricadute sotto l’aspetto penale.
Questo vademecum non ha pretesa di essere esaustivo, ma di esplorare le responsabilità e i rischi del preposto sotto diversi aspetti attenendoci alle attuali normative di legge ovvero il D.Lgs. 81/08 e s.m.i. senza dimenticare Sentenze di Cassazione che possono indicare l’attuale linea di giudizio.
DEFINIZIONE DI PREPOSTO
Partiamo da come il D.Lgs.81/08 definisce il preposto (articolo 2, comma 1, lettera e):
“preposto è la persona che, in ragione delle competenze professionali e nei limiti di potere gerarchici e funzionali adeguati alla natura dell’incarico conferitogli, sovrintende alla attività lavorativa e garantisce l’attuazione delle direttive ricevute, controllandone la corretta esecuzione da parte dei lavoratori ed esercitando un funzionale potere di iniziativa”.
Ma allora chi sono i preposti?
Il datore di lavoro non è tenuto a stilare un elenco con i nominativi incaricando ufficialmente alcune figure.
E quindi?
Dobbiamo andare a leggere l’articolo 299 del D.Lgs. 81/08 che recita:
“Le posizioni di garanzia relative ai soggetti di cui all’articolo 2, comma 1, lettere b),d) ed e), gravano altresì su colui il quale, pur sprovvisto di regolare investitura, eserciti in concreto i poteri giuridici riferiti a ciascuno dei soggetti ivi definiti”.
Nel settore sanitario sono le Coordinatrici/Coordinatori (le caposala, i caposala come venivano definiti in passato).
Per quanto riguarda gli altri settori basta semplicemente fare un parallelo (ad esempio capocantiere, capoturno, ecc.).
QUALI SONO GLI OBBLIGHI DEL PREPOSTO?
Secondo l’articolo 19 del D.Lgs. 81/08, il preposto deve:
“a) sovrintendere e vigilare sulla osservanza da parte dei singoli lavoratori dei loro obblighi di legge, nonché delle disposizioni aziendali in materia di salute e sicurezza sul lavoro e di uso dei mezzi di protezione collettivi e dei dispositivi di protezione individuale messi a loro disposizione e, in caso di persistenza della inosservanza, informare i loro superiori diretti;
b) verificare affinché soltanto i lavoratori che hanno ricevuto adeguate istruzioni accedano alle zone che li espongono ad un rischio grave e specifico;
c) richiedere l’osservanza delle misure per il controllo delle situazioni di rischio in caso di emergenza e dare istruzioni affinché i lavoratori, in caso di pericolo grave, immediato e inevitabile, abbandonino il posto di lavoro o la zona pericolosa;
d) informare il più presto possibile i lavoratori esposti al rischio di un pericolo grave e immediato circa il rischio stesso e le disposizioni prese o da prendere in materia di protezione;
e) astenersi, salvo eccezioni debitamente motivate, dal richiedere ai lavoratori di riprendere la loro attività in una situazione di lavoro in cui persiste un pericolo grave ed immediato;
f) segnalare tempestivamente al datore di lavoro o al dirigente sia le deficienze dei mezzi e delle attrezzature di lavoro e dei dispositivi di protezione individuale, sia ogni altra condizione di pericolo che si verifichi durante il lavoro, delle quali venga a conoscenza sulla base della formazione ricevuta;
g) frequentare appositi corsi di formazione secondo quanto previsto dall’articolo 37”.
Ma facciamo un esempio concreto inerente il settore sanitario (lettera a).
Dagli ultimi dati INAIL vi è un incremento delle malattie professionali.
Quando a un lavoratore/trice, in base al giudizio di idoneità del Medico Competente sono state prescritte delle prescrizioni (ovvero può svolgere determinate mansioni, ma con adeguati accorgimenti tipo utilizzo di ausili o lavorare sempre in coppia) oppure limitazioni (ovvero non può svolgere determinate mansioni) presta servizio in un reparto, sarà compito, oltre che del lavoratore/trice (ma conosciamo i rischi a cui potrebbe andare incontro) del preposto vigilare che siano rispettate.
Quindi, per tutelarsi, il preposto dovrà, per ogni lavoratore/trice facente parte della sua organizzazione, conoscere i seguenti dati:
-         eventuale limitazione/prescrizione;
-         sorveglianza sanitaria
-         formazione sicurezza in base ai rischi del reparto (visionare il Documento di Valutazione dei Rischi)
QUALE FORMAZIONE DEVE AVERE IL PREPOSTO?
Secondo l’articolo 37 del D.Lgs. 81/08 “Formazione dei lavoratori e dei loro rappresentanti”
“[...]
7. I dirigenti e i preposti ricevono a cura del datore di lavoro, un’adeguata e specifica formazione e un aggiornamento periodico in relazione ai propri compiti in materia di salute e sicurezza del lavoro. I contenuti della formazione di cui al presente comma comprendono:
a) principali soggetti coinvolti e i relativi obblighi;
b) definizione e individuazione dei fattori di rischio;
c) valutazione dei rischi;
d) individuazione delle misure tecniche, organizzative e procedurali di prevenzione e protezione.
7-bis. La formazione di cui al comma 7 può essere effettuata anche presso gli organismi paritetici di cui all’articolo 51 o le scuole edili, ove esistenti, o presso le associazioni sindacali dei datori di lavoro o dei lavoratori.
[...]
12. La formazione dei lavoratori e quella dei loro rappresentanti deve avvenire, in collaborazione con gli organismi paritetici, ove presenti nel settore e nel territorio in cui si svolge l’attività del datore di lavoro, durante l’orario di lavoro e non può comportare oneri economici a carico dei lavoratori.
13. Il contenuto della formazione deve essere facilmente comprensibile per i lavoratori e deve consentire loro di acquisire le conoscenze e competenze necessarie in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Ove la formazione riguardi lavoratori immigrati, essa avviene previa verifica della comprensione e conoscenza della lingua veicolare utilizzata nel percorso formativo”.
Una recente sentenza della Cassazione condanna il preposto pur in assenza di specifica formazione, in concorso con il datore di lavoro, per l’infortunio occorso ad un lavoratore (Corte di Cassazione Penale Sezione IV Sentenza n. 18090 del 10 aprile 2017).
SANZIONI PER IL PREPOSTO
Ed infine, non certo ultime come importanza, arriviamo le sanzioni a cui un preposto può andare incontro.
Queste sono contenute nell’articolo 56 del D.Lgs. 81/08:
“1. I preposti sono puniti nei limiti dell’attività alla quale sono tenuti in osservanza degli obblighi generali di cui all’articolo 19:
a) con l’arresto da uno a tre mesi o con l’ammenda da 500 a 2.000 euro per la violazione dell’articolo 19, comma 1, lettere a), e), f);
b) con l’arresto sino a un mese o con l’ammenda da 300 a 900 euro per la violazione dell’articolo 19, comma 1, lettere b), c), d);
c) con l’ammenda da 300 a 900 euro per la violazione dell’articolo 19, comma 1, lettera g)”.
Come detto all’inizio quest’informativa non è da considerare esaustiva.
Molti sono i quesiti che ci poniamo e molti arriveranno in una continua ricerca del miglioramento della sicurezza:
-         perché le prescrizioni del Medico Competente sono molto vaghe?
-         quali responsabilità ha il preposto (solitamente addetto all’organizzazione dei turni) sui mancati riposi e mancato smaltimento delle ore in esubero in caso di richiesta danni di una lavoratrice/lavoratore?
-         fino a quando continuerà questo imbarazzante silenzio della politica su una materia così seria come la sicurezza sul lavoro (pensate che in questo periodo la Giunta Regionale presenta il nuovo Piano Sanitario Liguria citando il rispetto del D.Lgs. 626/94 ormai abrogato e che anche sulla pagina del sito della Regione Liguria è rimasta la stessa dicitura)?
Su molte questioni siamo agli albori non per ultime i rischi psicosociali solitamente neanche menzionati sul Documento di Valutazione dei Rischi.
Genova, 27 ottobre 2017
Osservatorio Nazionale Sanita USB per la sicurezza sul lavoro
Luca Nanfria
RLS IRCCS Gaslini

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From: Assemblea Lavoratori assemblealavoratori@yahoogroups.com
To:
Sent: Thursday, November 09, 2017 3:22 AM
Subject: NELLA BATTAGLIA DELL’ACCIAIO, GENOVA PROTAGONISTA CONTRO I LICENZIAMENTI!

Lo scontro sull’acciaio è una contesa mondiale che vede, oggi come in altre fasi passate, in primo piano l’Europa con al centro gli stabilimenti siderurgici dell’ex-ILVA.
La reazione dei lavoratori di Genova-Cornigliano, decisa in assemblea, ha portato all’occupazione dello stabilimento, ponendosi come protagonisti di una trattativa in atto che vede come controparte Acelor-Mittal (AM), uno dei gruppi mondiali dell’acciaio tra i più aggressivi sul piano delle ristrutturazioni e dei licenziamenti.
La lotta dei lavoratori di Cornigliano dimostra come con la loro grande capacità di mobilitazione e di organizzazione, sono stati in grado a più riprese nei mesi scorsi di coinvolgere l’intera città di Genova e altre categorie di lavoratori ad iniziare dai portuali.
Inoltre sottolineiamo che questi lavoratori hanno saputo, in una fase drammatica, “tenersi” e sviluppare una organizzazione sindacale partecipata e funzionante che altrove purtroppo non esiste più.
Sulla trattativa in atto con AM, il ministro dello sviluppo economico (Calenda) ha di fatto centralizzato la trattativa su di sé; questo è il ministro più liberista dell’attuale governo, per cui l’azione dei lavoratori ha come centralità la partecipazione e il controllo della trattativa.
Giustamente non si fidano.
Di fronte al licenziamento di 4.000 lavoratori, (da questi calcoli viene escluso l’indotto), di cui 600 solo a Cornigliano, in una realtà come quella di Genova dove la perdita di posti di lavoro è in costante e drammatico aumento, l’occupazione della fabbrica segna un punto di resistenza fondamentale dei lavoratori, del sindacato, e della stessa CGIL.
Ora la battaglia dei lavoratori a Genova deve essere assunta da tutta l’organizzazione sindacale e da tutti i lavoratori e cittadini di Genova in primo luogo.
Non esiste alcuna politica industriale se non si produce acciaio. C’è da augurarsi che la FIOM riesca a portare tutta la CGIL su questa battaglia, affinché la vertenza contro i licenziamenti diventi il centro dell’iniziativa di tutto il sindacato.
I lavoratori e gli attivisti sindacali FIOM di Cornigliano assieme decideranno le iniziative dei prossimi giorni. Non faremo mancare la nostra partecipazione, portando la necessaria solidarietà e promuovendo iniziative di sostegno.
CONTRO I LICENZIAMENTI SOLIDARIETA’ DI CLASSE!

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From: Federazione Toscana PCARC federazionetoscana@gmail.com
To:
Sent: Thursday, November 09, 2017 5:02 PM
Subject: FARE COME ALLA GINORI E ALL’ILVA, OCCUPARSI DELLE AZIENDE E USCIRNE PER RIPRENDERSI IL PAESE!

A cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, la classe operaia rialza ancora la testa! Fare come alla Ginori e all’ILVA, occuparsi delle aziende e uscirne per riprendersi il paese!
La mattina del 7 novembre gli operai della Richard Ginori di Sesto Fiorentino hanno occupato la fabbrica per opporsi all’attacco che va avanti da ormai un anno con minacce di trasferimento dell’azienda e 87 lavoratori dichiarati in esubero. Qualunque cosa ne dica Gucci (e i padroni suoi complici in affari e in politica), il suo unico intento è trarre profitto dalla speculazione, non dalla produzione, e condurre la fabbrica più o meno lentamente alla morte. A riprova di questa linea c’è la mancanza, ad oggi, di uno straccio di piano industriale e il continuo ricorso a contratti di solidarietà “concessi” dopo diversi scioperi. Insomma, Gucci vuole fare come in decine e decine di casi simili in Toscana e come stanno facendo per due grandi insediamenti industriali come la Piaggio di Pontedera e l’acciaieria ex Lucchini di Piombino.
Oltre allo smantellamento del tessuto produttivo, per far fronte alla crisi da sovrapproduzione assoluta di capitale in tutti i paesi imperialisti la borghesia si accanisce sulla legislazione del lavoro (Jobs Act, “modello Marchionne”, riforma Fornero, ecc.) e contro quegli operai e delegati sindacali che si organizzano per fare fronte agli effetti delle politiche padronali.
Ecco, allora, il dilagare della repressione aziendale, come accade agli NCA (Nuovi Cantieri Apuani) di Marina di Carrara dove un delegato sindacale ha subito tre provvedimenti disciplinari in poche settimane, o all’Hitachi Rail di Pistoia dove tre lavoratori sono stati allontanati arbitrariamente dal posto di lavoro (http://www.linealibera.info/solidarieta-ai-tre-operai-allontanati-dal-posto-di-lavoro) per fatti accaduti fuori dalla fabbrica e per questo ritenuti “non graditi”. Ma questo accanimento conferma l’importanza e la centralità della classe operaia e del ruolo che i proletari aggregati nelle aziende capitaliste e nelle aziende e istituzioni pubbliche possono svolgere nella rivoluzione socialista: altro che scomparsa della classe operaia!
Dobbiamo essere consapevoli che le aziende sono in crisi perché la società borghese è in crisi, quindi ogni azienda deve diventare (può diventarlo) un focolaio di lotta per costruire l’alternativa economica, politica e sociale allo stato di cose presenti. Oggi il peggiore errore delle organizzazioni sindacali, anche delle migliori e ben intenzionate, è mantenere sulla difensiva milioni di lavoratori, di limitarsi, nel migliore dei casi, a mobilitarli quando il padrone attacca, quando il padrone minaccia di ridurre i posti di lavoro, di delocalizzare o chiudere, di ridurre salari e peggiorare le condizioni di lavoro, di eliminare i diritti conquistati. Ma limitarsi a difendersi, in una fase come questa, vuol dire perdere, votarsi alla sconfitta. Noi diciamo che è necessario far valere la forza della classe operaia e delle masse popolari, non solo per resistere ma anche per costruire un ordinamento economico, politico e sociale conforme ai loro interessi, la società socialista.
Dalla battaglia della Ginori del 2013, ma anche da quella odierna degli operai della Rational di Massa, abbiamo imparato che l’importanza di ogni lotta, ancora più che nei risultati immediati, sta nel contributo che dà alla crescita dell’organizzazione e all’elevazione della coscienza dei protagonisti, gli operai, ed è anche in virtù di questo insegnamento che come Partito dei CARC promuoviamo la linea di costruire Organizzazioni Operaie che lavorino al di là delle sigle sindacali, che dettino i tempi e i metodi della lotta, senza aspettare il sindacato e senza delegare a questo le sorti del proprio lavoro e del futuro dell’azienda; organizzazioni che oltre a “occuparsi” della fabbrica ne escano per legarsi al movimento di resistenza delle masse popolari organizzate del territorio: studenti, disoccupati, immigrati, comitati ambientalisti come le Mamme No Inceneritore, e che facciano propria la linea di imporre un governo d’emergenza, un Governo di Blocco Popolare.
Compagni, di fronte alla crisi del capitalismo sono due le vie opposte:
-         quella della borghesia imperialista, del clero e dei loro seguaci e agenti che ricorrono e ricorreranno sempre più a manovre d’ogni genere per fornire più soldi e potere alle banche, alle istituzioni finanziarie e ai grandi capitalisti a discapito degli interessi delle masse popolari alimentando la guerra tra poveri;
-         quella delle Organizzazioni Operaie e Popolari che costituiscono un loro governo d’emergenza che realizzi il programma delle Sei Misure Generali e che apra la strada alla rivoluzione socialista nel nostro Paese:
  1. assegnare a ogni azienda compiti produttivi secondo un piano nazionale: nessuna azienda deve essere chiusa!
  2. eliminare tutti quelle attività e produzioni inutili e dannose per l’uomo e per l’ambiente, assegnando alle aziende altri compiti: basta con gli avvelenatori, gli speculatori e gli squali!
  3. assegnare a ogni individuo un lavoro socialmente utile e garantirgli in cambio le condizioni necessarie per una vita dignitosa e per la partecipazione alla gestione della società: nessun lavoratore deve essere licenziato o emarginato!
  4. distribuire i prodotti alle aziende, alle famiglie, agli individui e ad usi collettivi secondo piani e criteri chiari, conosciuti e democraticamente decisi: a ogni adulto un lavoro utile, a ogni individuo una vita dignitosa, a ogni azienda quanto serve per funzionare!
  5. stabilire relazioni di collaborazione o di scambio con gli altri paesi disposti a stabilirle con noi!
  6. iniziare a riorganizzare le altre relazioni e attività sociali in conformità alla nuova base produttiva!
Questo è il “piano di guerra” che serve alla classe operaia e al resto delle masse popolari per vincere, il piano su cui chiamiamo a discutere e confrontarsi gli elementi avanzati della classe operaia e delle masse popolari, il piano che propagandiamo nelle iniziative a cui stiamo partecipando in questi giorni come, per l’appunto, l’occupazione della Ginori ma anche il presidio davanti ai NCA che va avanti da una settimana contro i licenziamenti di alcuni lavoratori, e che propaganderemo allo sciopero generale del 10 novembre a cui chiamiamo a partecipare gli stessi lavoratori della Richard Ginori.
Compagni, a 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, la rivoluzione socialista è ancora l’unica via per porre fine al catastrofico corso delle cose che la borghesia infligge all’umanità per prolungare il suo sistema di dominio. Ebbene, facciamo di queste lotte, dello sciopero generale del 10 e della manifestazione dell’11 novembre a Roma della Piattaforma Sociale Eurostop una mobilitazione per rendere il Paese ingovernabile ai vertici della Repubblica Pontificia e una battaglia nella lotta per imporre il Governo di Blocco Popolare; l’unico che potrà difendere i diritti strappati con la Resistenza antifascista attuando le parti progressiste della Costituzione da sempre disattese a partire da un lavoro utile e dignitoso per tutti, che prenda nelle sue mani la direzione del Paese e li estenda abolendo i debiti e gli interessi verso le banche e la UE, cacciando la NATO (siamo occupati da 116 basi!), abolendo i privilegi della classe dominante: Vaticano compreso.
Questa “scuola di comunismo” farà avanzare, nel nostro Paese, la rivoluzione socialista e spingerà anche gli altri paesi ad avanzare nella rottura del sistema imperialista mondiale e nell’edificazione di nuovi paesi socialisti.
Occuparsi delle aziende, da Cornigliano a Sesto Fiorentino fino a Taranto e Piombino! Nessun posto di lavoro deve essere perso, cacciamo i padroni e chi li spalleggia!
Costruire il Governo di Blocco Popolare per avanzare verso il socialismo, a cento anni dalla Rivoluzione d’Ottobre ancora la soluzione strategica al marasma che ci circonda!
Partito dei CARC Federazione Toscana
cellulare: 333 10 65 972
Facebook: Partito dei CARC Toscana

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From: Posta Resistenze posta@resistenze.org
To:
Sent: Thursday, November 16, 2017 12:32 AM
Subject: POLITICHE DEGLI ATTIVI (AZIENDALI): IL GIOCO DELLE TRE CARTE DELL’ANPAL

Che il Jobs Act ci abbia messo in mutande ormai è una verità acquisita. In nome di una presunta guerra alla precarietà, privi della fondamentale tutela dell’articolo 18, siamo diventati tutti precari. I padroni intanto continuano comunque imperterriti ad assumere con contratti a termine, che ormai hanno superato la soglia record del 14% del totale dei contratti di lavoro.
Insieme alla fregatura per chi di noi lavora si è aggiunta poi la fregatura per chi un lavoro lo cerca: dal primo gennaio del 2017 la NASPI ha preso il posto della mobilità. Calcolata al 75% dell’imponibile degli ultimi quattro anni di lavoro (e non al contratto di base di categoria, com’era per la cassa integrazione) viene ridotta del 3% ogni mese a partire dal quarto, per mettere ulteriore pressione a chi cerca un posto nel far west del mercato del lavoro italiano. Di colpo, ma all’interno di un processo che parte dal pacchetto Treu e arriva alla riforma Fornero, sono spariti quindi alcuni dei diritti collettivi conquistati dai lavoratori del nostro paese negli anni passati.
In cambio, le speranze individuali di un mercato sempre più liberalizzato in cui la facilità di licenziare dovrebbe tradursi in facilità di assumere. Al momento, in realtà, i nuovi posti di lavoro, sempre più precari e malpagati, ci sono costati miliardi di euro di sgravi fiscali regalati alle imprese, mentre il tasso di occupazione ha continuano a crescere meno della media europea. In nostro soccorso dovrebbero però finalmente arrivare gli strumenti previsti nella seconda parte del Jobs Act stesso, quella in cui è stata per l’appunto istituita l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro (ANPAL).
Cardine di queste politiche è l’assegno di ricollocazione, previsto per i disoccupati che percepiscono la NASPI da almeno 4 mesi. L’assegno, di entità che va da 250 fino a 5.000 euro a seconda del profilo di occupabilità del disoccupato e della tipologia contrattuale, viene riconosciuto direttamente alle agenzie interinali, ora chiamate agenzie per il lavoro. Uno strumento insomma, che dovrebbe essere allargato, come previsto dalla legge di Bilancio 2018 di imminente approvazione, a quei lavoratori posti in cassa integrazione straordinaria, che fino allo scadere di questa, avranno la possibilità di usufruire dei servizi per la ricollocazione.
L’eventuale impresa che dovesse assumere il lavoratore, avrà accesso alla decontribuzione per un anno, facendo felici gli imprenditori italiani che attraverso la voce del Sole 24 Ore auspicavano qualche settimana fa ad un suo rilancio come strumento di gestione delle crisi aziendali. Sempre nel giornale di Confindustria si poteva leggere che “il modello di riferimento sembra essere quello di Almaviva, dove all’assegno di ricollocazione ha aderito l’87,7% dei lavoratori, per i quali ci sono al momento alcune centinaia di offerte di lavoro potenziali e si stanno aggiungendo altre imprese interessate ad assunzioni spiegano dall’ANPAL”.
Si perché oltre a un gruppo di qualche decina di migliaia di disoccupati selezionati casualmente, i primi a sperimentare queste famigerate “politiche attive” sono stati proprio i lavoratori Almaviva di Roma. Noi la loro vicenda, purtroppo, la conosciamo bene e sappiamo le trafile che hanno dovuto subire dopo aver perso il posto di lavoro a causa del ricatto del loro padrone. Conosciamo i numerosi presidi sotto la sede della Regione Lazio per essere ascoltati prima e dopo l’uscita dei bandi di questo fantomatico progetto, per capire cosa li stesse aspettando. A oggi nulla funziona e nulla si muove e che ora vengano addirittura presi a esempio ci fa veramente ridere. E soprattutto di raccontare l’ennesima truffa che si sta profilando ai danni della classe lavoratrice italiana.
Ai nostri ex-lavoratori l’ANPAL ha fatto firmare un Patto di Servizio Personalizzato (PSP) sponsorizzando grandi aspettative. Peccato che a distanza di dieci mesi, corsi di formazione e riqualificazione non ce ne sono stati. Il tanto fantomatico progetto non ha ricollocato nessuno né tanto meno riqualificato. All’’orizzonte ci sono solo un paio di preselezioni (per un totale di 120 posti) per proposte di lavoro come operatore call center con condizioni economiche e contrattuali che anche da soli e senza tutto questo baraccone gli sperimentali disoccupati almaviviani di Roma potevano trovare.
Questo è ciò che resta della grande manovra per il “salvataggio” dei 1.666 ex lavoratori Almaviva, più ovviamente una massa di soldi pubblici che finiranno in mano ai privati: innanzitutto alle suddette imprese che si occupano di “formazione”, le quali riceveranno fino a 5.000 € per lavoratore. Imprese private che dovrebbero essere controllati dall’ANPAL al cui interno però, per una clamorosa, ma non casuale ironia, lavorano centinaia di precari (70% del personale totale) il cui rendimento può essere giudicato anche dal numero di nuovi contratti attivati!
Poi alle aziende che benevolmente decidono di assumere pescando nel bacino di disoccupati finiti nel giro dell’ANPAL si ritroveranno con sgravi contributivi di un anno o bonus pari al 50% dell’importo dell’indennità residua NASPI. E non solo per gli assunti a tempo indeterminato (che tanto ormai non è più tale) ma, per un importo minore, anche per gli assunti con un contratto a termine di almeno 6 mesi!
Quanto poi alle condizioni in cui questi lavoratori devono essere assunti la legge dice che la retribuzione offerta deve essere superiore di almeno il 20% rispetto all’indennità percepita nel mese precedente. Proviamo a fare un esempio concreto prendendo il caso di una lavoratrice G.: Ipotizziamo che G., inquadrata con un contratto part-time III livello del CCNL telecomunicazioni, percepiva al momento del cessato rapporto lavorativo uno stipendio mensile di 750 € (compresi i fantastici 80 € del Bonus Renzi), ad un anno dalla sua entrata in stato di disoccupazione il suo assegno mensile sarà di circa 430 € (in quanto l’assegno della NASPI viene decurtato del 3 % a cominciare dal quarto mese). G. quindi si vedrebbe costretta ad accettare un’offerta di lavoro di 529 €, si ritroverebbe quindi a dover lavorare con una retribuzione minore di quella prevista dal CCNL! Questa l’offerta definita “congrua” che non potrebbe rifiutare!
Quando alcune nostre amiche ex-lavoratrici hanno messo l’ANPAL di fronte al fatto che molte di loro avevano contratti part-time e che quindi la soglia di congruità si sarebbe abbassata al punto da costringerle ad accettare offerte di lavoro con stipendi praticamente inesistenti, l’ente ha risposto, del tutto impreparato, con il classico: “le faremo sapere”.
Questo è il progetto pilota delle nuove politiche attive in Italia! Perché il vero senso di politiche come queste è semplicemente riciclare forza lavoro: insomma cacciare dalla porta di servizio lavoratori ormai sfruttati all’osso per poi farli rientrare dalla porta di ingresso della azienda vicina grazie alla spinta di nuovi finanziamenti pubblici. Poi, magari, esce fuori che le aziende che si riprendono i lavoratori sono di proprietà o scatole cinesi delle stesse che li hanno licenziati o magari appartengono allo stesso gruppo industriale.
Vi sembra fantascienza? Allora non sapete che a poche settimane dal termine della vertenza di Almaviva Contact che ha portato alla chiusura del sito di Roma, Almaviva SpA, cioè la sorella informatica della stessa azienda, si è aggiudicata un appalto per la pubblica amministrazione (soldi nostri) di 850 milioni di € per 5 anni. Nuova commessa nuove possibili assunzioni.
Il ministro Calenda, anziché gridare allo scandalo, si è detto contento delle “aperture” mostrate dall’azienda di fronte al suo “auspicio” che “se dopo i corsi di formazione i lavoratori avranno le competenze necessarie alla società che si occupa di informatica, ci sia per loro una corsia preferenziale”, assicurando anche, ma la legge non lo vieta, che non ci sarebbe nessun bonus per l’azienda. Ma tra il dire il fare c’è di mezzo il mare e Marco Tripi!
Proviamo ora a fare un gioco, proviamo a immaginare per assurdo cosa sarebbe accaduto se la vertenza Almaviva si fosse chiusa secondo la vecchia modalità del walfare passivo, insomma, cosa sarebbe successo prima della grande invenzione del Jobs Act e delle Politiche attive: sarebbe successo che 1.666 lavoratori, assunti con un comune contratto metalmeccanico, a seguito di una crisi aziendale avrebbero avuto diritto alla cassa integrazione straordinaria per 12 mesi, più eventualmente altri 12 mesi di mobilità. All’interno di questo regime sarebbe stato possibile attuare comunque un percorso di riqualificazione delle competenze, previo però approvazione dello stesso da parte della RSU. Durante questo periodo si sarebbe potuto arrivare a un accordo per il ricollocamento di parte dei lavoratori ancora non in esubero e con un inquadramento pari a quello precedente, rispettoso dei minimi come da CCNL, all’interno della nuova commessa statale di Almaviva, seguendo inoltre un protocollo attento all’età ed ai carichi familiari.
Insomma ciò che ieri era realtà ora ci sembra pura assurdità.
Ciò che invece ora ci sembra assurdo è che grazie alle nuove politiche attive si resta “appesi” ad un assegno della NASPI che lentamente ogni mese si prosciuga sempre di più, portandoci a dover accettare un offerte di lavoro sempre meno retribuite e con meno diritti.
E se la manovra delle politiche attive è ancora “ai nastri di partenza”, un primo scenario futuro si è già delineato per noi lavoratori: salari sempre più da fame e offerte congrue solo ai profitti delle aziende!
12/11/17
Da: Clash City Workers

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From: Slai Cobas per il Sindacato di classe tarantocontro@gmail.com
To:
Sent: Friday, November 17, 2017 8:37 AM
Subject: 6 DICEMBRE A TARANTO

Invito a parti civili nei processi per morti sul lavoro, da inquinamento e disastro ambientale, avvocati, stampa, associazioni, organizzazioni sindacali.
Incontro nazionale Taranto 6 dicembre:
-         maxiprocesso ILVA e giustizia negata;
-         lotta per la salute e il lavoro unitaria dei lavoratori e masse popolari;
-         le ragioni di sistema, di stato, di economia di rilevanza nazionale e internazionale della questione ILVA Taranto.
Ore 11:00 Tribunale Taranto ex Corte d’Appello quartiere Paolo VI
Ore 15:00 – 19:00 Biblioteca Comunale piazzale Bestat
Presenti e invitati:
-         avvocati foro Torino Bonetto, Vitale, Pellegrin;
-         Medicina Democratica;
-         comitati di lotta per la salute;
-         rappresentanti operai, familiari, associazioni;
-         parti civili ai processi per morti sul lavoro e inquinamento di Taranto, regionali e nazionali.
Per informazioni e adesioni:
347 11 02 638
P.S.
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From: PCARC Sezione Massa carcsezionemassa@gmail.com
To:
Sent: Friday, November 17, 2017 2:57 PM
Subject: DALLA RATIONAL A NCA: SPEZZIAMO LE CATENE! INVERTIAMO LA ROTTA!

Il 14 novembre alle ore 18.00, sfidando il freddo di queste serate, oltre 150 persone hanno partecipato all’Assemblea Pubblica promossa dal Presidio Permanente Operai NCA.
L’assemblea è stata caratterizzata da due elementi importanti.
Il Presidio Permanente ha organizzato questa iniziativa in totale autonomia senza delegare niente e a nessuno, in particolar modo alle sigle sindacali e alle Istituzioni. Questo conferma, a NCA come alla Rational, che basta anche un piccolo nucleo di operai decisi a lottare fino in fondo contro i soprusi del padrone, per promuovere e sviluppare la mobilitazione di tutto il territorio. Due lotte, Rational e NCA, che seppur diverse tra loro per diversi aspetti, sono accomunate da un aspetto fondamentale e determinante: il protagonismo operaio!
L’assemblea ha visto la partecipazione di importanti soggetti combattivi della classe operaia e delle masse popolari e diversi organismi: operai GE-Pignone (sia di Massa che di Avenza), operai Sanac, lavoratori Rational e Eaton (che stanno lottando per la creazione di una cooperativa), Comitato familiari lavoratori Rational, Filctem, Casa Rossa Occupata, Collettivo Studenti in Lotta, circolo ARCI dei Baccanali, ANPI, Comitato Salute Pubblica Massa Carrara, Assemblea Permanente, Movimento 5 Stelle (di Massa e Carrara), Carrara Bene Comune, Dem-A, Sinistra Anticapitalista, PRC, numerosi cittadini e lavoratori. Questa ampia partecipazione è indice della forza e dell’autorevolezza che sta assumendo il presidio permanente NCA!
A migliaia sono passati dal piazzale della Rational, a migliaia ne stanno passando da questo presidio: il nostro territorio ha una gran voglia di lottare! Gli operai NCA, come quelli della Rational, hanno aperto una strada per difendere il proprio posto di lavoro, ma non solo. Lavorare alla costruzione di una cooperativa dei lavoratori Rational-Eaton e lottare per il reintegro di Piero e Stefano significa, da una parte, difendere e creare nuovi posti di lavoro, dall’altra, impedire che altri lavoratori vengano licenziati a partire già dai prossimi mesi.
Il presidio deve continuare e farsi forza dei risultati positivi ottenuti finora, darsi gli strumenti per continuare nel modo migliore la battaglia.
Più il presidio assumerà le caratteristiche di una Tenda del Lavoro (punto di incontro tra operai, lavoratori, precari, disoccupati, studenti e comitati di lotta in cui si analizza la situazione, ci si coordina e si elaborano piani d’azione), più contribuirà alla costruzione della nuova governabilità “dal basso” dei territori, alla costruzione di un’Amministrazione Locale di Emergenza. L’Amministrazione delle organizzazioni operaie e popolari che agiscono affinché anche Sindacati e Istituzioni mettano in campo ogni mezzo e risorsa a sostegno delle lotte in corso!
3 milioni e 400 mila euro che rimangono da quanto era stato stanziato a suo tempo per la Eaton, 20 milioni di euro previsti nell’Accordo di Programma firmato nei giorni scorsi: ecco da dove prendere i soldi per la costruzione della Cooperativa alla Rational! E ne occorrono soltanto una minima parte!
Minaccia della revoca della concessione dell’area demaniale a Costantino, amministratore NCA, conformemente all’articolo 42 della Costituzione (“La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale”): ecco come fare per dare lavoro a Piero e Stefano e impedire altri licenziamenti da qui ai prossimi mesi!
Si tratta di volontà politica! Se mancherà, Sindacalisti e Istituzioni vanno cacciati e sostituiti con chi nei fatti, non solo a parole, mostrerà il coraggio di rompere con i diktat imposti, le leggi e le leggine calate dall’alto, per il bene e nell’interesse dell’intera collettività!
Concludiamo con una citazione di Costantino: “Il mio errore è stato quello di aver sottovalutato questo territorio e la sua identità. Non mi sono misurato con abitudini dure a morire”.
Bene, di una cosa almeno ha ragione! Il nostro territorio, culla della resistenza partigiana, non si piegherà all’ennesimo affronto!
Sosteniamo ogni iniziativa dei lavoratori NCA in presidio!
Portiamo avanti con determinazione la lotta per la costruzione della cooperativa dei lavoratori Rational-Eaton!
Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo (CARC)
Sezione di Massa “Aldo Salvetti”
Spazio Popolare di Via San Giuseppe Vecchio, 98
telefono 320 29 77 465
Facebook: Aldo Salvetti (CARC Massa)
Facebook: Sezione Massa PCARC

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From: MicroMega newsletter@micromega.net
To:
Sent: Friday, November 17, 2017 4:25 PM
Subject: LA NUOVA COSCIENZA DI CLASSE: QUELLA DEI SUBALTERNI

In libreria “Non è lavoro, è sfruttamento” (Laterza Edizioni) di Marta Fana: un viaggio nelle assurdità del lavoro “moderno” spacciate dal mainstream dominante come ultimi ritrovati della scienza giuslavoristica. Si passa dal lavoro a chiamata ai voucher, dal cottimo digitale ai contratti a termine estesi addirittura ai servizi pubblici fino ad arrivare alla madre di tutte le riforme, il Jobs Act, che ha precarizzato anche l’ultimo presidio di giustizia ed equità sociale, il contratto a tempo indeterminato a tutela reale.
Per quale motivo dinanzi alla legittima protesta degli schiavi della logistica che incrociano le braccia nei magazzini della SDA di Carpiano, esercitando il sacrosanto (e costituzionale) diritto di sciopero pensiamo subito, istintivamente, ai 70 mila pacchi ostaggio dello sciopero dei facchini?
In nome di quale superiore principio costituzionale abbiamo sacrificato l’integrità fisica e morale dello studente minorenne di La Spezia il quale, alla guida di un muletto mentre svolgeva le ore obbligatorie di alternanza scuola-lavoro, ha subito un gravissimo incidente?
La risposta possiamo trovarla nell’ultimo saggio di Marta Fana (“Non è lavoro, è sfruttamento”): siamo preda della “mutazione genetica” degli ultimi trent’anni “ingloriosi”, che ha generato una vera e propria “antropologia della subalternità”.
Un Homo novus si aggira nelle lande desolate del lavoro 4.0: è l’homo subalternus, che accetta come legge di mercato (e dunque di natura) il proprio ineluttabile destino di merce lavorativa di scambio a basso costo e in qualsiasi momento sostituibile.
E’ un viaggio nelle assurdità del lavoro “moderno” spacciate dal mainstream dominante come ultimi ritrovati della scienza giuslavoristica: si passa dal lavoro a chiamata ai voucher, dal cottimo digitale ai contratti a termine estesi addirittura ai servizi pubblici fino ad arrivare alla madre di tutte le riforme, il Jobs Act, che ha precarizzato anche l’ultimo presidio di giustizia ed equità sociale, il contratto a tempo indeterminato a tutela reale.
Il risultato è, ormai da tempo, sotto gli occhi di tutti, al netto della propaganda di corte: una precarizzazione che, se da un lato non ha portato la “crescita” economica tanto agognata (se non nelle tasche del solito 1%), dall’altro ha generato un “processo di disintegrazione sociale”, ovvero una “condizione di impoverimento, una vera e propria proletarizzazione di fasce crescenti della popolazione, a partire dalle giovani generazioni a cui è negato un futuro di dignità e di riscatto”.
L’impietosa analisi della Fana, del resto, giunge alla sua conclusione già nel titolo: questo “Non è lavoro, è sfruttamento”.
Il re è nudo: dalla Repubblica democratica “fondata sul lavoro” siamo giunti, quasi senza accorgercene, alla Repubblica fondata sui lavoretti (o “gig economy”, per utilizzare l’ipocrita neolingua del Jobs Act).
Lo stesso senso del lavoro, in questa nuova e surreale dimensione, viene totalmente stravolto: dal lavorare per avere reddito si passa, come in una società dell’Ancien Regime, all’avere reddito per poter lavorare, se necessario contraendo debiti, strumenti disciplinari idonei a renderci più remissivi e meglio sottomessi.
Questa situazione, tuttavia, “non può essere vissuta passivamente, accettata come qualcosa di naturale”.
Ecco, proprio qui sta la novità e, diremmo, il cuore pulsante dell’ultima fatica di Marta Fana: è l’impulso, l’invito appassionato all’azione verso chi legge affinché si scuota dal torpore e dalla passività dell’essere subalterno, per dar vita ad un nuovo agire che è (di fatto) agire politico così come politico, del resto, è stato il trentennale progetto neoliberista di flessibilizzazione del lavoro, il cui scopo era tutt’altro che limitato all’ambito economico, essendo al contrario volto ad imporre un tanto feroce quanto barbaro “dominio di classe”; una vera e propria “lotta di classe dall’alto verso il basso” per dirla con le parole del compianto Luciano Gallino.
Lo sforzo della Fana (e di tutti coloro che tuttavia, compreso chi vi scrive, da tempo hanno la sensazione di gridare alla luna) è quello di spargere i semi di una nuova coscienza di classe: quella dei subalterni, ovvero del 99% che, trasversalmente, ricomprende la classe media caduta in disgrazia negli ultimi venti anni, la generazione dei trenta-quarantenni cresciuta con il mito della laurea e finita nel binario morto dei lavori a partita IVA a mille euro al mese (splendidamente definita da qualcuno come “Quinto Stato”), le nuove generazioni di studenti destinate, dopo anni di lavoro gratuito, a una miriade di lavori poveri di reddito e di professionalità, gli schiavi del lavoro migrante e i lavoratori anziani vittime della Riforma Fornero, costretti a lavori da fame pur di raggiungere una misera pensione.
E’ quella che qualcuno ha chiamato “classe esplosiva” e che, dopo essere diventata “classe in sé”, deve necessariamente trasformarsi in “classe per sé”: senza più deleghe a nessuno, e senza falsi pudori, questa nuova classe deve avere il coraggio (se non vuole prima o poi morire di stenti) di utilizzare una nuova sintassi (e una nuova prassi) lontana dal “politically correct”.
Il riscatto collettivo di questa comunità (di cui la maggior parte di noi e di chi ci legge, ne siamo certi, fa parte) non può non partire da una nuova parola d’ordine: il conflitto, ovvero il “sacrosanto diritto di anteporre i diritti dei molti ai profitti dei pochi”.
Sopravvivere significa sovvertire l’ordine contemporaneo del potere economico-sociale: “ben venga la lotta che prova a ribaltare rivoluzionariamente lo stato di cose presente”.
di Domenico Tambasco
8 novembre 2017

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From: Luca Nanfria Unione Sindacale di Base l.nanfria@usb.it
To:
Sent: Saturday, November 18, 2017 0:25 AM
Subject: CASSA DI SOLIDARIETA’ A SOSTEGNO DI TULLIO ROSSI

IO STO CON TULLIO
CASSA DI SOLIDARIETA’ A SOSTEGNO DI TULLIO ROSSI
Tullio Rossi, dirigente USB e delegato RSU, è stato colpito da un doppio provvedimento di sospensione per un totale di 3 mesi. L’Ospedale Galliera ha così cercato di mettere a tacere un delegato che si è distinto in questi anni per una ferma e coerente opposizione al peggioramento delle condizioni di lavoro, alle privatizzazioni e alle esternalizzazioni, allo smantellamento della sanità pubblica e alla operazione puramente speculativa del “Nuovo Galliera”.
Un tentativo evidentemente destinato a fallire perché né Tullio, né USB rinunceranno alle loro battaglie.
La sospensione comporta una pesante decurtazione salariale che crea evidentemente a Tullio e alla sua famiglia seri problemi economici.
USB lancia quindi una cassa di solidarietà a sostegno di Tullio e della lunga e dura vertenza che si dovrà affrontare per arrivare alla revoca dei provvedimenti.
I contributi possono essere versati sul conto corrente intestato a:
USB Federazione Regionale Liguria
Codice IBAN IT43 L031 2701 4050 0000 0001 392
Unipol Banca
causale: “IO STO CON TULLIO”
DIAMO TUTTI UN CONTRIBUTO PER TULLIO
USB Unione Sindacale di Base
Via Cantore 29
16149 Genova
telefono: 010 41 69 34
fax: 010 46 61 06
cellulare: 345 22 73 436

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From: Luca Nanfria Unione Sindacale di Base l.nanfria@usb.it
To:
Sent: Saturday, November 18, 2017 0:30 AM
Subject: USB SANITA’ LIGURIA: REGIONE, IL TEMPO VESTIZIONE VA RETRIBUITO

Genova
16 novembre 2017
Il tempo per indossare la divisa da operatore sanitario va riconosciuto come parte dell’orario di lavoro e va retribuito.
Il nostro sindacato, interpretando la richiesta di tanti colleghi, è deciso a portare la questione all’ordine del giorno nella sanità ligure.
Del resto già nel 2014 abbiamo avviato nell’ Istituto Gaslini, tramite un nostro delegato, una causa pilota risultando vincitore di ben due gradi di giudizio e attualmente in attesa della definitiva sentenza della Cassazione.
Per questo abbiamo inviato all’Assessorato Regionale alla Sanità una richiesta di apertura di un tavolo di confronto e di trattativa per arrivare a modificare gli orari di lavoro che devono includere un minutaggio retribuito che sia sufficiente per indossare e togliere la divisa da lavoro.
Uguale richiesta è stata fatta a tutti i gruppi consiliari della Regione per verificare la disponibilità a presentare una mozione in tal senso.
A conforto della nostra richiesta abbiamo citato i provvedimenti già presi da due altre regioni, come la Lombardia e la Toscana.
La prima con una circolare del 7 agosto 2009 che dava indicazioni alle aziende sanitarie di avviare accordi in tal senso, successivamente stipulati dalle singole aziende.
La seconda con la recente Delibera 841 del 31/07/17 che stabilisce precise linee di indirizzo sulla materia.
Del resto, sulla materia, vi è un orientamento ormai consolidato della Corte di Cassazione con ben tre Sentenze a favore (19358 del 2010, 2837 del 2014 e 1352 del 2016) secondo cui il tempo per la vestizione, se imposto dal datore di lavoro, rientra a pieno titolo nell’orario di lavoro.
Ed inoltre il Decreto Legislativo 8 aprile 2003, n. 66 stabilisce, all’articolo 1, comma 2, lettera a), che, per “orario di lavoro”, s’ intende “qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni”.
Analogamente la Direttiva del 23 novembre 1993 n. 104 del Consiglio dell’Unione Europea indica, ai sensi dell’articolo 2 punto 1, come rientrante nell’orario di lavoro qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni.
Coordinamento USB Sanità Liguria

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From: La Città Futura noreply@lacittafutura.it
To:
Sent: Sunday, November 20, 2017 6:35 AM
Subject: HONEYWELL, I CORPI SI ARRENDONO (PER ORA), MA NON GLI ANIMI

di Carmine Tomeo
18/11/17
Dopo 60, lunghissimi giorni rientra lo sciopero dei lavoratori Honeywell, sconfitti da una multinazionale arraffona che vuole chiudere lo stabilimento. Ma di fronte alla loro lotta dobbiamo togliere il cappello.
Non sono bastati 60 giorni di sciopero ininterrotto. Non è bastato un presidio permanente, giorno e notte davanti i cancelli della fabbrica, né i picchetti davanti i magazzini per impedire che la produzione fosse portata via. Al ministero dello Sviluppo economico la multinazionale Honeywell Garrett ha scoperto le carte. Quello che da luglio denunciavano lavoratori e sindacati nonostante le smentite dell’azienda si è concretizzato: chiusura dello stabilimento; 420 lavoratori e lavoratrici a casa, senza contare l’indotto, che conta ad esempio i lavoratori dei magazzini esternalizzati. C’erano anche loro, infatti, lo scorso 15 novembre, mercoledì sera all’assemblea dei lavoratori Honeywell: chiedevano di non essere lasciati soli. Quando la Honeywell dismetterà il sito in Val di Sangro, ad Atessa (CH), quei magazzinieri rischiano il posto di lavoro.
Questa vicenda non ha nulla di particolare da raccontare se si osservano le dinamiche che hanno condotto alla prossima chiusura del sito italiano Honeywell. Siamo di fronte alla solita vicenda di accaparramento di soldi pubblici, cinica ricerca di profitto, movimenti di capitali, delocalizzazioni che non guardano in faccia a niente e nessuno, se non di aumentare la redditività aziendale. Lo stabilimento di Atessa è tutt’altro che una fabbrica decotta. Si tratta dell’unico stabilimento in Italia di questa multinazionale a fabbricare turbocompressori. Uno stabilimento che ha macinato grandi numeri e che tutt’oggi, nonostante la crisi economica mondiale, ha continuato a fare utili ed una produzione di oltre 700.000 turbocompressori l’anno destinati alle più grandi e prestigiose case automobilistiche.
Negli anni in cui la multinazionale statunitense è stata in Abruzzo ha potuto godere di quella generosità che lo Stato non mostra con i lavoratori, beneficiando: di oltre 4,5 miliardi di lire nel 1999 grazie ai benefici della Legge 64 del 1986; di una serie di finanziamenti con la famosa Legge 488, per un ammontare complessivo di circa 4,5 milioni di euro; 1,8 milioni di euro per credito d’imposta sfruttando la Legge 388; qualcosa come un miliardo di euro di esenzioni fiscali, beneficiate dal 1992 al 2002. Ma alla Honeywell non è bastato spremere le casse statali ed i lavoratori con richieste di flessibilità e sacrifici sempre crescenti, ora vuole andare a spremere finché può casse statali e lavoratori slovacchi.
In Slovacchia, infatti, la Honeywell ha cominciato a costruire uno stabilimento nel 2012. Un investimento di quasi 40 milioni di euro, la metà dei quali, però, sono soldi pubblici. Nello stabilimento slovacco la Honeywell ha realizzato una produzione identica a quella che ad Atessa terminerà entro il primo semestre del prossimo anno. Una scelta calata come un macigno sui lavoratori abruzzesi ai quali la Honeywell in questi anni ha imposto sacrifici e flessibilità in nome della produttività e della redditività aziendale che ora la massima dirigenza Honeywell godrà in Slovacchia.
Di straordinario, in questa vicenda, c’è invece la tenacia dei lavoratori. Lo sciopero è rientrato mercoledì sera, con una decisione dell’assemblea dei lavoratori dopo che l’azienda ha dimostrato di non essere disposta ad alcuna trattativa, ma soprattutto dopo una lotta durata 60 lunghi, estenuanti giorni di sciopero senza interruzioni, con due presidi permanenti, con la tensione di una vertenza difficile, la pioggia, i turni, le meschinità padronali. Uno sciopero che per durata e intensità è stato qualcosa di straordinario, che ha visto il blocco delle merci, camion che hanno cercato di forzare il presidio, avvocati nascosti dentro i camion che cercavano di portar via la produzione nell’evidente tentativo di intimorire i lavoratori. E poi il ricatto tentato dal ministro Calenda, che aveva cercato di forzare la sospensione dello sciopero e del blocco dei cancelli minacciando che in caso contrario non avrebbe convocato il tavolo ministeriale con la multinazionale e che incontrerà i sindacati il prossimo 21 novembre.
Niente ha fermato la lotta dei lavoratori Honeywell che hanno mantenuto lo sciopero fino a pochi giorni fa. Gramsci, parlando dei lavoratori della Fiat che dopo un mese di sciopero rientrarono al lavoro, scrisse che “non c’è vergogna nella sconfitta degli operai Fiat, non si può domandare più di quanto hanno dato questi compagni che sono ritornati al lavoro, tristemente, accoratamente, consapevoli della immediata impossibilità di resistere oltre o di reagire”. Quei lavoratori della Fiat rientrano al lavoro dopo un mese. I lavoratori della Honeywell hanno resistito 60 giorni di sciopero ininterrotto e con presidi permanenti davanti i cancelli della fabbrica e dei magazzini, senza stipendio. Lavoratori che sapevano di lottare per sé e non solo, come ha dimostrato la presenza di RSA dei magazzini esternalizzati all’assemblea di mercoledì sera.
Questa vertenza insegna ancora una volta che lasciare la decisione di cosa, come e quando produrre solo in mano all’impresa è il ruolo che ha assunto uno Stato retto da chi ha accettato il dominio del profitto sulla democrazia, dell’impresa sui lavoratori. E’ un ruolo attivo che lo Stato non subisce semplicemente, ma che svolge con consapevolezza. Come dimenticare, ad esempio, che nel governo di quel Renzi che si ricandida a governare il Paese e che qualcuno a sinistra continua a considerare un interlocutore, c’era allo Sviluppo economico una certa ministra Guidi che praticava le delocalizzazioni come strumento per ingrossare i propri profitti a scapito dei lavoratori e che ne rivendicava l’opportunità per migliorare la competitività aziendale? Quella competitività aziendale in nome della quale sono state avanzate riforme (Jobs Act, Fornero, pensioni, per fare qualche esempio) che hanno indebolito la classe lavoratrice, rendendola più precaria, più ricattabile, più povera, più vulnerabile.
A questo comportamento infame della Honeywell e di chi permette che queste cose possano avvenire sulla pelle dei lavoratori, i dipendenti Honeywell che per 60 giorni hanno lottato con sciopero e presidi permanenti hanno insegnato a una multinazionale arraffona e senza scrupoli e a una politica compiacente e opportunista cos’è la dignità e cosa significa lottare per difendere lavoro, diritti e democrazia reale.
Come per i lavoratori della Fiat descritti da Gramsci, “nulla è perduto se i corpi si arrendono, ma non gli animi”. E nell’assemblea del 15 novembre si è notato che la coscienza della necessità della lotta non è venuta meno. E allora, adesso tocca anche ad altri: alle istituzioni, ai soggetti politici, sindacali e sociali, ai lavoratori del territorio unirsi ai lavoratori della Honeywell per difendere il diritto al lavoro e non darla vinta all’avidità di profitto.
Intanto, adesso, bisogna togliersi il cappello di fronte alla lotta dei lavoratori Honeywell.

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