Elenco blog personale

domenica 16 aprile 2017

13 aprile - da M. Spezia: SICUREZZA SUL LAVORO: KNOW YOUR RIGHTS! “LETTERE DAL FRONTE” DEL 12/04/17



INDICE
                 
AMIANTO: E’ SOTTO LENTE DI INGRANDIMENTO LA BATTAGLIA DI CIVILTA’ CHE SI STA ATTUANDO IN SARDEGNA

La Città Futura noreply@lacittafutura.it
ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO E STUDENTI-OPERAI NEGLI ISTITUTI TECNICI E PROFESSIONALI

La Città Futura noreply@lacittafutura.it
LAVORARE NELLE COOPERATIVE SOCIALI OGGI

FABRIZIO FABBRI, MANOVRATORE MORTO SUL LAVORO: INDAGATI TRENITALIA E DIRIGENTI TOSCANI PER LA SUA MORTE

Posta Resistenze posta@resistenze.org
FUKUSHIMA SEI ANNI DOPO

Patria Indipendente
redazione@patriaindipendente.it
IL VOUCHER, QUESTO CONOSCIUTO

Slai Cobas per il Sindacato di classe slaicobasta@gmail.com
TARANTO: ANCORA CONDANNE PER CHI LOTTA VERAMENTE!

---------------------


To:
Sent: Monday, March 20, 2017 12:53 PM
Subject: AMIANTO: E’ SOTTO LENTE DI INGRANDIMENTO LA BATTAGLIA DI CIVILTA’ CHE SI STA ATTUANDO IN SARDEGNA

ASSOCIAZIONE ITALIANA ESPOSTI AMIANTO
COMUNICATO STAMPA
Matera, 19 marzo 2017
La Sardegna è stata la regione nazionale con il più alto tasso di industrializzazione in rapporto alla popolazione, a cui è seguito un altissimo tasso di inquinamento ambientale per l’utilizzo di sostanze pericolose e cancerogene come l’amianto.
Riteniamo che gli screening della sorveglianza devono essere idonei alla verifica delle lesioni anche allo stato fibroso e per la diagnosi precoce del carcinoma del polmone che è la patologia più comune tra tutti coloro che sono stati esposti all’amianto nelle industrie (fattori multifattoriali e concause).
Molti decessi prematuri che si registrano tra i lavoratori ex esposti potrebbero essere dovuti a diagnosi tardive e imprecise, per questo motivo l’Associazione ritiene che la Sorveglianza Sanitaria debba essere obbligatoria per tutti i lavoratori ex esposti e debba avere come primo obiettivo la riduzione di mortalità e la promozione della diagnosi precoce (validi elementi di una concreta prevenzione).
Il protocollo di sorveglianza sanitaria deve rispondere alle esigenze specifiche del territorio regionale; è stato questo il principio che ha ispirato il protocollo sanitario in Basilicata, dove erano presenti realtà industriali simili ed in certi casi gemelle a quelle sarde (impianti comparto fibre ex ANIC/EniChem Ottana e Pisticci Scalo).
La Regione Basilicata ha recepito e attua le direttive legislative nazionali e internazionali in termini riguardanti la sorveglianza sanitaria dei soggetti ex esposti ad amianto e a rischio di patologia amianto-correlata.
Nell’ospedale di Matera, la medicina del lavoro coordina la sorveglianza sanitaria di oltre 2.300 lavoratori su un totale stimato di 7.000 ex esposti nei siti industriali del Basso Basento e colline materane; seguendo le linee guida del protocollo micronoduli, su una coorte di oltre 2.300 ex esposti sono state effettuate 7.500 visite, che hanno permesso di individuare circa il 20% di patologie oncologiche e non; a tal riguardo è dato sapere che ad oggi sono state emesse oltre 450 richieste di malattie professionali.
Si stima che in fase precoce siano stati riscontrati circa 40 carcinomi polmonari, di questi, circa 37 vivono in buone condizioni di salute senza essere stati sottoposti a terapia oncologica.
La sorveglianza sanitaria ha avuto procedura attiva solo per i 550 lavoratori riconosciuti ex esposti dall’INAIL in fase amministrativa; l’associazione AIEA Val Basento è stata il veicolo principale per le richieste di sorveglianza sanitaria passiva per la maggior parte degli altri 1.750 ex esposti che costituiscono la coorte di lavoratori dell’ospedale di Matera.
La diagnosi precoce del carcinoma polmonare, viene effettuata, con l’applicazione di uno screening TC a bassa dose che permette di ridurre le radiazioni da 13,12 fino a 0,78 mSv (millisievert), dose poco sovrapponibile a quella della radiologia tradizionale, mantenendo una elevata sensibilità che permette la rilevazione del nodulo e permette di fare diagnosi precoce in patologie oncologiche dove la sopravvivenza potrebbe essere determinata in base alla tempestività della diagnosi.
Ad integrazione dei suddetti dati, e, per avere un quadro più chiaro delle conseguenze dovute alla esposizione lavorativa a sostanze pericolose e cancerogene, di seguito si riporta una sintesi provvisoria della banca dati delle patologie oncologiche e non redatta da AIEA Val Basento.
Dati che sono stati forniti ai due medici competenti incaricati nel 2016 dalla Procura di Matera di verificare la sussistenza del nesso causale lavorativo per le patologie oncologiche quali il “Mesotelioma”. Questi dati sono stati successivamente trasmessi, anche, alla Commissione Parlamentare Infortuni, presieduta dalla senatrice Camilla Fabbri e all’attenzione del procuratore Bruno Giordano, componente della stessa commissione.
Complessivamente la suddetta banca dati provvisoria, aggiornata a 28 febbraio 2017, riporta 536 casi di patologie oncologiche e non, tra cui 215 casi di morti premature.
Nel dettaglio le patologie nosologicamente definite sono state:
-         9 casi di mesotelioma (ex EniChem), di cui 6 deceduti,
-         54 casi di carcinoma polmonare (ex ANIC/EniChem), di cui 40 deceduti,
-         11 casi di carcinoma polmone (altre ditte), di cui 9 deceduti,
-         11 casi di asbestosi (ex ANIC/EniChem), di cui 3 deceduti,
-         12 casi di asbestosi (altre ditte), di cui 1 deceduto,
-         64 casi di placche pleuriche (ex ANIC/EniChem), di cui 2 deceduti,
-         39 casi di placche pleuriche (altre ditte), di cui 1 deceduto,
-         13 casi di fibrosi polmonari (ex ANIC/EniChem), di cui 3 deceduti,
-         5 casi di fibrosi polmonari (altre ditte), di cui 1 deceduto,
-         26 casi di carcinoma apparato urogenitale (exANIC/EniChem), di cui 8 deceduti,
-         4 casi di carcinoma apparato urogenitale (altre ditte), di cui nessun deceduto,
-         30 casi di carcinoma gastrointestinale (ex ANIC/ Enichem), di cui 13 deceduti,
-         5 casi di carcinoma gastrointestinale (altre ditte), di cui 3 deceduti,
-         9 casi di leucemia (ex ANIC/EniChem), di cui 5 deceduti,
-         2 casi di leucemia (altre ditte), di cui nessun deceduto,
-         9 casi di morbo di Parkinson (ANIC/EniChem), di cui 3 deceduti,
-         7 casi di carcinoma testa Pancreas (ANIC/EniChem), di cui 6 deceduti,
-         2 casi di carcinoma testa Pancreas (altre ditte), di cui 2 deceduti,
-         5 casi di patologie cerebrali e mieloma (ANIC/EniChem), di cui 4 deceduti,
-         3 casi di patologie cerebrali e mieloma (altre ditte), di cui 2 deceduti.
Dalla banca dati AIEA Val Basento emerge che le patologie oncologiche quali: leucemie, patologie cerebrali e morbi di Parkinson, hanno interessato lavoratori ex ANIC/EniChem le cui mansioni comportavano sia l’esposizione a sostanze chimiche pericolose (acrilonitrile, amianto, trielina ed altre) che a probabile esposizione a campi elettromagnetici (elettricisti, elettro-strumentisti, quadristi elettrici, addetti ai compressori, saldatori). A tal riguardo sono in corso valutazioni tecniche e medico-legali.
Ci auguriamo che il Governo della Regione Basilicata approvi e deliberi il finanziamento del progetto della Fondazione Basilicata Ricerca Biomedica per gli anni 2017, 2018 e 2019 al fine di rendere più incisiva la sorveglianza sanitaria nei soggetti ex esposti ad amianto (eliminazione dei falsi negativi) e allo scopo di contribuire scientificamente alla ricerca di marcatori molecolari per facilitare la diagnosi precoce di lesioni asbesto correlate e non.
La Fondazione Basilicata Ricerca Biomedica prevede opportune collaborazioni con le Aziende Sanitarie di Matera e Potenza, con enti nazionali e sovranazionali (istituzionalmente riconosciuti), che operano in questo ambito, al fine di perseguire la più ampia ed efficace azione nello screening della sorveglianza sanitaria.
CONCLUSIONE
Chi ha permesso l’utilizzo spregiudicato e lucrativo dell’amianto, è responsabile di una vera tragedia sociale.
L’Associazione, con la sua azione continua e capillare, ma soprattutto instancabile, promuove convegni e incontri per rendere consapevoli i cittadini delle conseguenze all’esposizione a sostanze pericolose e cancerogene come l’amianto; sta frantumando anche in Sardegna il muro di silenzio che negli anni ha favorito la crescita di una immane ingiustizia sociale, unica in Italia per le sue dimensioni.
E’ una grande battaglia di civiltà per dare DIGNITA’ e RISPETTO ai lavoratori, alle vittime ed ai loro familiari che sono rimasti senza volto.
NON POSSIAMO CAMBIARE CIO’ CHE E’ STATO.
MA SE, CON IL NOSTRO OPERATO, RIUSCIREMO A SALVARE ANCHE UNA SOLA PERSONA, DAREMO UN SENSO ALLE NOSTRE VITTIME.
Ci auguriamo che il crescendo impegno profuso da AIEA Sardegna, da ANMIL, dalla CGIL della provincia di Nuor permetta di rimuovere gli ostacoli istituzionali che impediscono il raggiungimento delle finalità di questa grande battaglia di civiltà.
Pertanto si renderebbe opportuno che anche i Sindacati Confederali prendano una posizione attiva sulla vertenza, perché deve esistere una GIUSTIZIA anche per i lavoratori ex esposti della Sardegna, finora dimenticati.
Mario Murgia
Vicepresidente Nazionale ASSOCIAZIONE ITALIANA ESPOSTI AMIANTO
* * * * *
INIZIATIVE SVOLTE IN SARDEGNA
Giovedì 09 marzo
presso la sede regionale dell’assessorato alla sanità di Cagliari, si è tenuto il secondo incontro per definire il nuovo protocollo operativo per la sorveglianza sanitaria degli ex lavoratori esposti all’amianto:
Sabato 11 marzo
Si è svolta l’Assemblea AIEA di Bono (SS), comune dell’area del Goceano, a cui hanno aderito tante delegazioni arrivate da tutta la Sardegna, dall’Ogliastra, dal Sassarese, dall’Oristanese, dal Mandrolisai e dal Campidano.
I sindaci del Goceano, territorio colpito da tanti lutti e morti, con la loro presenza hanno voluto testimoniare il loro impegno istituzionale a sostegno delle rivendicazione dei lavoratori ex esposti e del risanamento ambientale dell’area industriale:
Lunedì 13 marzo
AIEA, ANMIL, CGIL Nuoro, chiedono “Urgente Convocazione Conferenza dei Capigruppo sullo Stato di Attuazione del protocollo di Sorveglianza Sanitaria degli ex esposti all’amianto Legge Regionale 22 del 2005 e per l’attuazione di un protocollo per le bonifiche delle aree inquinate da amianto un impegno per l’ approvazione degli atti di indirizzo ministeriale per i siti di Ottana ed Assemini propri della legge 257 del 1992, completamente disattesi in Sardegna a discapito dei lavoratori sardi dell’industria rispetto alle restanti regioni di Italia”.
Giovedì 16 marzo
Si è tenuta la riunione dei capigruppo dal 16/03/17 ore 13:00 al 16/03/2017 ore 14:00 a Cagliari. Il Comunicato dell’ufficio Stampa del Consiglio Regionale in merito all’incontro dei capigruppo con la rappresentanza guidata dall’AIEA al link:
COMUNICATO AIEA SULL’INCONTRO CON I CAPIGRUPPO
La delegazione AIEA era composta da: Sabina Contu, Tonino Sechi, Gigi Cocco, Francesco Tolu, Saverio Ara, Giovanni Collu, Claudio Mameli, Tore Battelli, Angelo Ruiu, Giuseppe Pilia, Egidio Addis
Nell’incontro di oggi è intervenuta Sabina Contu, esponendo in termini generali le richieste dell’AIEA e sollecitando l’esigenza di avere in tempi brevi il nuovo Protocollo di Sorveglianza Sanitaria indicando alcune priorità sulla tutela sanitaria. In particolare, ha indicato in modo deciso che nel nuovo protocollo sanitario vengano inseriti esami in grado di diagnosticare nello stadio il più precoce possibile il loro sviluppo.
Il professor Pierluigi Cocco, componente del tavolo tecnico ha illustrato il carattere del nuovo Protocollo Sanitario e le resistenze presenti all’interno de tavolo stesso, da parte di una parte consistente dei medici facenti parte degli Spresal delle diverse ASL Provinciali.
Francesco Tolu è intervenuto sottolineando gli aspetti negativi del protocollo attuale e ha indicato alcuni aspetti che il nuovo dovrebbe colmare, a partire dall’ informazione e chiedendo alle forze politiche presenti un impegno deciso affinché venga dato un indirizzo politico sulle linee generali del protocollo in via di definizione.
La posizione dell’AIEA in modo unanime, ribadita e sottolineata da tutti gli interventi, nella riunione di oggi, è stata quella di avere una tutela sanitaria in cui ogni lavoratore, oltre ad avere maggiori sicurezze, possa riconoscersi.
I rappresentanti AIEA hanno altresì sottolineato la necessità che le bonifiche ambientali dei siti industriali diventino argomento istituzionale nei rapporti con il Governo Nazionale e l’ENI per il riconoscimento di SIN.
Questo in estrema sintesi i contenuti dell’incontro convocato d’urgenza presso il Consiglio Regionale, con i capigruppo di tutte le forze politiche e gli assessori alla Sanità dottor Luigi Arru e all’Ambiente Donatella Spano.
I rappresentanti AIEA hanno altresì sottolineato la necessità che le bonifiche ambientali dei siti industriali diventino argomento istituzionale nei rapporti con il Governo Nazionale e l’ENI per il riconoscimento di SIN.
17 marzo 2017
Articolo su Sardinia post
Sabato 18 marzo
A Cagliari presso il teatro delle Saline si è tenuta l’assemblea AIEA, che ha visto la partecipazione del dottor Roberto Cherchi della chirurgia toracica dell’ospedale Businco di Cagliari e del professor Pier Luigi Cocco del Dipartimento di sanità pubblica, Sezione di Medicina del Lavoro, Università degli Studi di Cagliari.
Il dibattito si è concentrato:
-         sull’importanza dell’approvazione del nuovo protocollo di sorveglianza sanitaria per gli ex esposti, che è il primo obiettivo AIEA;
-         sul riconoscimento delle malattie professionali;
-         sugli esposti/denunce alla Procura della Repubblica di Cagliari;
-         sulla richiesta di Atto di indirizzo ministeriale per il sito industriale di Assemini.

---------------------

To:
Sent: Tuesday, March 21, 2017 10:18 AM
Subject: ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO E STUDENTI-OPERAI NEGLI ISTITUTI TECNICI E PROFESSIONALI

Cultura, spirito critico? Addio. La scuola pubblica diventa uno strumento di selezione classista, da cui reperire manodopera giovane e prestante. Che crescerà con l’idea che il lavoro sia gratuito.
Quest’anno scolastico (2016/2017) l’alternanza scuola-lavoro sta per raggiungere il suo apice, dal prossimo anno tutti gli studenti dell’ultimo triennio di licei, istituti tecnici e professionali saranno impiegati nei progetti di alternanza, e addirittura il nuovo governo Gentiloni-Fedeli propone di allargare l’alternanza pure agli studenti del secondo anno. Per citare il sito governativo del Ministero dell’Istruzione: “L’estensione delle attività di alternanza anche ai licei rappresenta un unicum europeo. Persino in Germania, con il sistema duale, le esperienze scuola-lavoro riguardano solo gli istituti tecnici e professionali. Il nostro modello supera la divisione tra percorsi di studio fondati sulla conoscenza e altri che privilegiano l’esperienza pratica. Conoscenze, abilità pratiche e competenze devono andare insieme”.
Questo almeno è quello che il governo, prima Renzi-Giannini e ora Gentiloni-Fedeli, ci dice. La realtà è ben diversa: se da un lato le ore di alternanza scuola-lavoro sono doppie (400 ore) per gli istituti tecnici e professionali rispetto a quelle per i licei, e i fondi stanziati dal Decreto Ministeriale 435/15 per tecnici e professionali sono 17 milioni mentre quelli per i licei sono 1,9 milioni di euro, i percorsi sono estremamente divisi.
Questo articolo vuole porre l’accento sulla “esperienza pratica” negli istituiti tecnici e professionali, che si traduce troppo spesso in sfruttamento gratuito di manodopera operaia anche minorenne nelle catene di montaggio delle fabbriche.
Le notizie ci raccontano di una realtà di alternanza scuola-lavoro inutile e non producente: studenti e studentesse che passano ore a sistemare scartoffie, preparare caffè, pulire, oppure di scuole che letteralmente non sanno dove poter mandare i propri studenti, per mancanza di strutture che possano “ospitarli”. Per tentare di ovviare a questo problema è balzata alle cronache l’accordo tra il MIUR e la multinazionale McDonald’s, che dovrebbe assumere 10.000 studenti da tutti gli indirizzi di studio, per consentire loro di avere esperienze in vari campi, dalla ristorazione al rapporto con i clienti alla cura dei bambini. Il progetto, dopo essere stato presentato ed aver ricevuto valanghe di critiche da più parti, sembra essersi fermato, o comunque non ci sono novità a riguardo, ma si inserisce nel contesto delle grandi aziende, nazionali e multinazionali, pronte ad assumere migliaia di studenti avendo a disposizione numerosissimi posti per la manodopera gratuita (stiamo parlando dei cosiddetti “campioni dell’alternanza” tra cui spuntano Zara, Poste Italiane, McDonald’s, ENI, Intesa Sanpaolo etc.).
Perché queste aziende sono “campionesse”? Per il semplice motivo che hanno molti posti a disposizione, ma questo abbassa decisamente la qualità del lavoro, rendendo il tutto una prestazione di bassa specializzazione. Si starà pensando che è ovvio che degli studenti anche minorenni non possano accedere a lavori specializzati, e gli si risponde subito: allora a cosa serve l’alternanza scuola-lavoro, soprattutto in contesti di tecnici e professionali, dove la maggioranza degli studenti fa l’alternanza nelle fabbriche? Quello che si osserva è uno sfruttamento non retribuito di una posizione, di due mensilità e mezzo di lavoro a tempo pieno che vengono occupate da uno studente, per quanto per ora spalmate su un arco di tre anni.
Si nota facilmente la differenza sostanziale tra un sistema di alternanza per i figli della classe medio-alta borghese e un’alternanza per studenti e studentesse che nella maggior parte dei casi provengono da un’estrazione popolare. Sappiamo bene che è molto più facile che gli studenti diplomati nei licei continuino gli studi nelle università, mentre invece chi frequenta un tecnico o un professionale è più semplice che si appresti a cercare un lavoro, come è anche (ma non unicamente) il suo percorso di studi, composto da materie spendibili nell’ambito lavorativo. Ecco dunque a cosa serve questa ipertrofizzazione delle esperienze di alternanza in questi istituti: convogliare la futura classe operaia nelle fabbriche fin da quando è adolescente, dato che le aziende per avere più facilmente gli studenti promettono alle scuole che assumeranno con maggiore semplicità i ragazzi che hanno fatto l’alternanza nelle loro strutture.
Ovviamente questi novelli operai saranno persone già abituate a lavorare nel senso più pratico possibile senza nessun diritto (dato che ad oggi, dopo tre anni, ancora la “Carta dei diritti e doveri degli studenti in alternanza scuola-lavoro” non è stata emanata) e senza una paga, dunque sarà più facile abituarsi a contratti ultra precari, bassa specializzazione e inserimento in una catena di montaggio che rende l’operaio alienato. Questo discorso si inserisce nel più ampio dell’aziendalizzazione della Scuola pubblica italiana, progetto che Confindustria e i vari governi italiani stanno portando avanti dagli anni ‘90.
Inoltre i dati parlano chiaro, consultando i dati ISTAT elaborati dal Consorzio Interuniversitario Almalaurea dell’Università di Bologna, pubblicati nell’aprile 2015, relativi a laureati e non laureati e il loro inserimento nel mondo del lavoro: “Il tasso di disoccupazione a cavallo della recessione, ovvero tra il 2007 e il 2014, è cresciuto di 8,2 punti per i neolaureati (ovvero di età compresa tra i 25-34 anni), passando dal 9,5 al 17,7%, e di ben 16,9 punti per i neodiplomati (di età compresa tra 18 e i 29 anni), aumentando dal 13,1 al 30,0%. Ne deriva che, nel medesimo periodo, il differenziale tra il tasso di disoccupazione dei neolaureati e dei neodiplomati è passato da 3,6 a 12,3 punti percentuali, a conferma delle migliori opportunità lavorative dei primi rispetto ai secondi”.
Superfluo quindi dire come Confindustria punti a produrre studenti-operai spendibili subito nel mercato del lavoro, non persone che abbiano il tempo e la possibilità di studiare e specializzarsi, a discapito però del loro futuro lavorativo nel medio-lungo periodo. In ogni caso sembra che questa tattica non funzioni, dato che la disoccupazione giovanile a gennaio 2017 è risalita al 40,1%.
A sostegno di questa tesi leggiamo le ultime notizie: pochi mesi fa Confindustria ha inviato in Parlamento le proprie osservazioni riguardo una riforma degli istituti professionali statali, chiedendo un aumento fino ad almeno il 50% dell’orario scolastico per i progetti di alternanza scuola-lavoro, e soprattutto incolpando il governo di dare troppo spazio alle competenze teoriche, all’istruzione, insomma all’apprendimento di materie non prettamente spendibili nel mercato del lavoro. Di qui la proposta del governo di una sua riforma “che purtroppo però è ancora molto timida” secondo Confindustria. Il punto è che serve un’istruzione professionale di qualità che garantisca alle imprese un bacino di mestieri e professioni strategiche per l’economia manifatturiera e ai ragazzi competenze spendibili sul lavoro. In quest’ottica il Decreto Legislativo all’esame delle Camere è piuttosto carente. Sul piano della didattica, per esempio, conferma un’impostazione per “assi culturali” che non professionalizza, penalizzando le competenze costruite sull’interdisciplinarietà.
E’ da ritenersi inaccettabile che studenti, addirittura fino dai quindici anni, debbano lavorare in fabbrica, non essere retribuiti e passare metà del loro percorso scolastico a lavorare piuttosto che a sviluppare conoscenze critiche del mondo, cultura e formazione. Se il progetto di Confindustria, dei vari governi che si stanno avvicendando e dell’Unione Europea è quello di creare operai non specializzati a partire dall’adolescenza per poterli immettere in un mercato del lavoro che comunque non li accetta, se non con contratti precari, a tempo determinato, con i voucher o a cottimo, è necessaria una risposta chiara e unitaria, che rifiuti l’alternanza scuola-lavoro come strumento in mano alle borghesie europee e che delinei delle regolamentazioni per una Scuola pubblica, laica e gratuita.

---------------------

To:
Sent: Tuesday, March 21, 2017 10:18 AM
Subject: LAVORARE NELLE COOPERATIVE SOCIALI OGGI

Dal cittadino persona al cittadino utente e il lavoratore nella morsa della precarietà.
Prende il via da questo numero una rubrica curata da alcuni lavoratori di cooperative sociali che ha come intento quello di fare luce sulla condizione di lavoro di migliaia di persone, che, con il loro impegno quotidiano, garantiscono una vita normale a tutte quelle persone, adulti e minori, uomini e donne, italiani e stranieri, non più autosufficienti o bisognosi di assistenza.
Il nostro intento sarà quello di aprire una riflessione che abbia il pregio di unire in una sola voce lavoratori e cittadini beneficiari dei servizi, rivendicare diritti e tutele per entrambi, e tornare a pensare ad un nuovo diritto alla salute pubblica per tutti, che rifiuti la normalità della società della negazione dei diritti e della crisi permanente.
Con l’inchiesta della magistratura che ha portato alla luce l’abbraccio mortale tra amministratori di alcune cooperative sociali e tecnici e amministratori degli enti locali e istituzionali, denominata “Mafia Capitale”, è emerso un giro di mazzette che servivano a corrompere chi all’interno delle istituzioni che amministrano Roma potesse pilotare bandi milionari in barba alla legalità, alla trasparenza e ai diritti dei lavoratori.
Sul banco degli imputati sono finiti esponenti politici, amministratori e presidenti di diverse cooperative sociali di Roma. Il bottino era rappresentato dai grandi profitti che nel corso degli ultimi anni hanno maturato le emergenze sull’accoglienza dei migranti, l’emergenza della casa e quella dei rifiuti.
Il processo è ancora in corso e tra pochi mesi si potrà capire meglio la storia e i tanti scenari.
Solo a Roma, nell’accoglienza ai migranti sono impiegati oltre duemila lavoratori, molto spesso si tratta di giovani neo laureati, psicologi, assistenti sociali o insegnanti, persone competenti e capaci ai quali vengono corrisposti compensi bassissimi.
Già nel 2005 un grande protagonista della storia politica e sindacale del nostro paese, l’ex partigiano ed ex segretario della CGIL Bruno Trentin, rilasciò un’intervista a l’Unità dopo il caso Consorte-Unipol dove segnalava con preoccupazione la sempre più evidente ed inquietante trasformazione e metamorfosi culturale e di identità del mondo cooperativo.
La vicenda di Mafia Capitale, affrontata nelle aule processuali ha però avuto il limite, secondo chi scrive, di aver lasciato fuori dalla porta a luci spente i lavoratori e le condizioni in cui questi si trovavano a compiere il loro lavoro all’epoca dei fatti contestati.
Ci si è limitati a condannare le cosiddette “mele marce” senza però cercare di analizzare seriamente ed in profondità il contesto generale, “il cesto” nel quale si è resa possibile l’attività illecita degli inquisiti. Come se le condizioni di lavoro e di vita delle migliaia di lavoratori e lavoratrici, il diffuso utilizzo di contratti anomali, le gare di appalto al massimo ribasso e a termine annuale che poi significano salari da fame e carichi di lavoro, e la stessa qualità dei servizi forniti, non interessasse a nessuno.
Per chi, come noi, lavora nel sociale da oltre un ventennio, non sono nuove le anomalie che anche in questa vicenda sono emerse e che a quanto pare non vedremo mutare dopo questa inchiesta.
Innanzitutto vi è la macroscopica singolarità che le cooperative sociali, a cui vengono esternalizzati i servizi di assistenza, accoglienza, ecc., godono di denaro pubblico, erogato attraverso gare di appalto, senza che a livello centrale o periferico ci siano enti istituzionali che garantiscano e vigilino al fine di verificare il rispetto delle regole, dei contratti, delle retribuzioni e anche l’organizzazione del lavoro, le mansioni, le professionalità e le competenze, la formazione, la salute di tutti i soggetti coinvolti.
Se i lavoratori delle cooperative sociali che si occupano dell’accoglienza ai migranti non se la passano bene, meglio non va per coloro che si impegnano quotidianamente nell’assistenza degli anziani, dei disabili, dei minori, nelle case, nelle strutture protette, nelle scuole.
A Roma, il comune ed i municipi, erogano, per ogni ora di prestazione, 20-23 euro lordi alle cooperative sociali che si aggiudicano gli appalti di assistenza, dalla domiciliare alle scuole, per i vari servizi sociali diretti alla prevenzione, cura e assistenza. Di questi solo 8 euro lordi, quando viene rispettato il contratto nazionale di categoria, finiscono nelle retribuzioni degli operatori impiegati in questi servizi.
Da sottolineare anche la grande anomalia dei compensi relativi alla malattia, l’assenza di democrazia interna, l’attività antisindacale e le assemblee svuotate di legittimazione e partecipazione collettiva.
In conclusione, nonostante esista ancora molta cooperazione sociale che, faticando nel groviglio delle logiche mercantili e dei tagli della spesa, riesce a fornire servizi di qualità e a garantire diritti ai propri soci o collaboratori, c’è tanta cooperazione sociale che invece ha smarrito gran parte della sua spinta ideale, finendo così per favorire gli interessi privati e particolari che arricchiscono chi gestisce e impoveriscono chi lavora sul campo, nelle case, nelle scuole, negli ospedali, nei centri diurni, nelle case famiglia, nei centri anti violenza, nei centri di accoglienza.

---------------------

To:
Sent: Wednesday, March 22, 2017 8:41 PM
Subject: FABRIZIO FABBRI, MANOVRATORE MORTO SUL LAVORO: INDAGATI TRENITALIA E DIRIGENTI TOSCANI PER LA SUA MORTE

CHIUSA L’INCHIESTA PER LA MORTE DEL VICCHIESE FABRIZIO FABBRI: INDAGATI TRENITALIA E 4 PERSONE
FIRENZE
L’inchiesta preliminare sulla morte del giovane ferroviere vicchiese Fabrizio Fabbri, che morì nel 2014 stritolato sotto le ruote di un treno alla stazione di Santa Maria Novella, si è conclusa.
Il procuratore Filippo Focardi ha inviato l’avviso del termine delle indagini a quattro persone fisiche e alla società Trenitalia, che adesso possono presentare richieste, inviare documentazioni e farsi interrogare. Ne ha dato notizia questa mattina il quotidiano La Nazione.
Il 2 gennaio 2014 Vicchio visse una tragedia. Fabbri, un ragazzo attivo nel volontariato, autista della Misericordia, tra i più attivi donatori di sangue Fratres, di cui era una colonna portante, ricordato ancora oggi “come uno dei vicchiesi migliori”, lasciò una moglie, un figlio, e un paese nel lutto e nel dolore.
Morì svolgendo il suo lavoro di manovratore di treni a Firenze, cercando di fermare un treno che stava conducendo in stazione dal deposito del Romito. Era solo alla guida ed era sceso quattro volte per azionare gli scambi. L’ultima volta il treno si mosse accidentalmente, lui cercò di raggiungerlo correndo per 150 metri, ma poi finì travolto. Fu un difetto della macchina o un errore umano?
Le inchieste preliminari oggi hanno indicato alcune responsabilità, accertando che la tragedia si è verificata, oltre che per alcune manovre avventate e rischiose del Fabbri, per una errata e illegittima organizzazione del lavoro.
Dovranno rispondere dei loro atti o delle loro omissioni i dirigenti Gianluca Scarpellini, Silvano Padovani, Paolo Petrioli e Sergio Bernardini.
Massimo Mugello
Da: Il Filo - Idee e Notizie dal Mugello
22 marzo 2017

---------------------

To:
Sent: Thursday, March 23, 2017 7:06 AM
Subject: FUKUSHIMA SEI ANNI DOPO

IL PACIFICO CONTAMINATO
Il disastro, la catastrofe nucleare di Fukushima, ha contaminato il più grande oceano del mondo in soli sei anni.
Ricordiamo brevemente che cosa è accaduto: nel 2011, un terremoto (si è detto che probabilmente fu una ripetizione del terremoto del 2010 in Cile) genera uno tsunami che causa un crollo nella centrale nucleare della TEPCO (Tokyio Electric Power Company) a Fukushima, in Giappone, con sei reattori nucleari, di cui tre vanno in fusione. Quello che accade dopo è il più grande rilascio di radiazioni in acqua della storia mondiale: il materiale radioattivo, in alcuni casi in quantità ancora maggiore rispetto a Chernobyl, filtra nell’Oceano Pacifico.
La quantità, è ragionevole ipotizzare alla luce di quanto sappiamo oggi, potrebbe essere molto più grande rispetto alle stime ufficiali giapponesi, che per molti scienziati sono alquanto imprecise.
Fukushima continua ancora oggi a rilasciare circa 300 tonnellate di rifiuti radioattivi in mare, nel Pacifico. Quotidianamente. E continuerà a farlo in futuro. Il punto di origine della perdita non può essere sigillato. E’ inaccessibile tanto ai lavoratori (disperati o inconsapevoli, in molti casi, del rischio che corrono nello svolgere questo lavoro) che ai robot, a causa delle temperature estremamente elevate.
Fukushima potrebbe diventare il peggior disastro ambientale nella storia dell’umanità, ma viene a mala pena menzionato dalla maggior parte dei politici istituzionali e dai molti scienziati non interessati, oltre ad essere assente dalle notizie dei media mainstream. Una possibile spiegazione: la TEPCO, proprietaria dell’impianto colpito e di molte altre centrali nucleari giapponesi, una grande corporation, può senza dubbio esercitare un controllo forte, diretto o indiretto, sulle società dell’informazione e su molti politici.
Anche se non possiamo sentire direttamente le radiazioni, che non si vedono, né hanno odore, alcune zone della costa occidentale del Nord America conviveranno per anni con i loro effetti.
Naturalmente, i funzionari del governo affermano che Fukushima non ha nulla a che vedere con quello che è successo, anche se le radiazioni nei tonni dell’Oregon sono triplicate dopo il disastro. Già nel 2012 fu pubblicata in una delle riviste scientifiche più prestigiose, la PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences), la notizia che i tonni del Pacifico assorbono radionuclidi di Fukushima, rilevando in quelli pescati in California quantità di cesio radioattivo 10 volte superiori (un incremento del 1.000%!) a quelle determinate prima dell’incidente nucleare.
RADIAZIONI
La stessa TEPCO ha annunciato qualche settimana fa di aver osservato livelli record di radiazioni e un buco in una parte metallica all’interno del sarcofago del reattore 2.
Verso la fine di gennaio, in questa unità è stata inviata una piccola telecamera. L’analisi delle immagini filmate ha permesso di dedurre che in una parte del sarcofago “le radiazioni possono raggiungere i 530 sievert per ora” (un essere umano esposto a una tale radioattività morirebbe quasi all’istante).
Il sievert (Sv), ricordiamolo brevemente, è il nome (in onore del fisico svedese Rolf Sievert, un pioniere della radioprotezione) dell’unità di misura della dose equivalente di radiazione nel Sistema Internazionale. Esso tiene conto delle caratteristiche del tessuto irradiato e della natura della radiazione. Costituisce l’unità paradigmatica nella protezione contro le radiazioni ionizzanti, poiché sebbene con alcune limitazioni, tenta di esprimere il rischio degli effetti stocastici (cioè, casuali) associati all’insieme delle situazioni di possibile esposizione.
In pratica, il sievert è la dose di energia assorbita (gray) moltiplicata per un fattore di ponderazione specifico di ogni radiazione e organo o tessuto (equivale a 100 rem, la vecchia unità di misura di dose equivalente; rem: roetgen equivalent man).
Il concetto inerente a questa unità di misura è che la stessa quantità di energia assorbita può determinare effetti molto diversi a seconda del tipo di radiazione e dell’organo esposto. Il fattore di ponderazione dei fotoni gamma e degli elettroni è 1, mentre quello dei protoni è 5 e quello delle particelle alfa sale fino a 20. Infatti, il Sv è una grandezza molto elevata e solitamente si utilizzano i sottomultipli millisievert (mSv, 1 Sv = 1000 mSv) e i microsievert (μSv, 1 mSv = 1000 µSv).
Conviene tener presente (spesso lo si fraintende o usa erroneamente) che, per definizione, il sievert può essere utilizzato solo per valutare il rischio di effetti stocastici negli esseri umani, ma non su fauna e flora.
Riprendiamo il filo del discorso. C’è un margine di errore nella cifra segnalata (530 Sv/h), cioè il livello potrebbe anche essere inferiore del 30%. “Ma è ancora alto”, ammette il portavoce di TEPCO, Tatsuhiro Yamagishi.
L’ultimo valore, registrato nel 2012 in altre parti del reattore 2, era, anche secondo la TEPCO, di 73 sievert. Il livello estremamente alto di radiazioni rilevate in un luogo, se esatto, “può indicare che il combustibile non è lontano e che non è coperto dell’acqua”, ha dichiarato all’emittente pubblica NHK Hiroshi Miyano, professore dell’Università di Hosei, che presiede una commissione di studi per lo smantellamento della centrale.
Ha anche trovato un buco, un quadrato di un metro di lato, in una piattaforma metallica situata nel sarcofago, sotto la vasca che contiene il nocciolo del reattore. Ipotesi ragionevole: potrebbe essere stato causato dalla caduta di combustibile, che avrebbe fuso e forato il contenitore.
I reattori 1, 2 e 3, lo ricordiamo, sono stati i più danneggiati nel 2011 e causarono un massiccio rilascio di sostanze radioattive. Non è ancora stato localizzato il combustibile che presumibilmente si è fuso in quelle tre unità delle sei, ricordiamo, che possiede la centrale danneggiata.
SALUTE
A dispetto delle informazioni del complesso politico-industriale elettronucleare che sostengono non esserci rischi per la salute umana e ambientale a causa della radioattività di Fukushima, esistono (sia pure scarsi) studi pubblicati sulle più rigorose riviste scientifiche che mostrano tutto il contrario.
L’impatto sulla salute pubblica, ancora negato da molteplici esigenze di “sicurezza nucleare”, continua a crescere inesorabilmente secondo le previsioni che la scienza radiobiologica e l’esperienza degli incidenti precedenti permettono di avanzare.
Così, il primo effetto previsto a causa del rilascio di iodio 131 è l’aumento del cancro alla tiroide nei bambini e nei giovani a partire dal 3°/4° anno dall’incidente. E, in effetti, lo studio epidemiologico pubblicato rileva questa realtà. Tsuda e altri hanno studiato la prevalenza del cancro alla tiroide in 298.577 soggetti sotto i 19 anni dell’area di Fukushima tra il 2011 e il 2014 e trovato un incremento di 30 volte (variabile a seconda della sottoarea) rispetto alla prevalenza prevista dagli indici del resto del Giappone in quello stesso periodo.
I 110 casi diagnosticati alla fine del 2014 continuano ad aumentare, perché non tutta la popolazione della zona è stata controllata. Nei prossimi anni sono attesi altri effetti, tutti dannosi.
COSTI
Il costo di smantellamento e di risarcimento ai residenti e la decontaminazione ambientale dopo l’incidente-catastrofe nucleare supererà di 170 miliardi di euro rispetto quanto inizialmente previsto, come annunciato da fonti autorevoli al canale televisivo NHK.
Vedremo le cifre definitive, verificheremo la loro attendibilità. La stima è approssimativamente il doppio di quella dichiarata alla fine del 2013 dal Ministero dell’Industria giapponese. Le revisioni non finiscono qui. TEPCO in un primo momento aveva dichiarato che lo smantellamento e le opere sul luogo del disastro sarebbero costate quattro volte meno di quanto stimato adesso, vale a dire circa 70 miliardi di euro.
Questo è importante per comprendere ciò che significa, per l’uomo ed economicamente, recuperare il combustibile che si è fuso in tre unità e bonificare il meglio possibile il sito e il territorio, cosa che richiederà tre o quattro decenni (non ci sono date precise).
In realtà, un comitato di esperti nominato dal governo giapponese aveva già avvertito in ottobre che il costo sarebbe stato di molto superiore alla previsione iniziale. Sono una parte delle “esternalità”, si pensi alla pubblicità atomica e alle affermazioni degli “intellettuali organici”, dell’industria nucleare: “a buon mercato, sicura e pacifica”. Che truffa!
COLLASSO
Migliaia di chilometri quadrati di territorio intorno al complesso nucleare di Fukushima-Daiichi sono attualmente considerati zona di esclusione, dove è consentito solo l’eventuale passaggio sotto la propria responsabilità e in cui è vietata la residenza. Ottantamila profughi atomici (l’espressione è più che adeguata) sono stati reinsediati in altre zone dal governo giapponese.
Oltre alla profusione di segnalazioni sul pericolo di contaminazione, le autorità giapponesi hanno dispiegato in alcune zone delle barriere di plastica trasparente per segnare il confine. I documentaristi Carlos Ayesta e Guillaume Bression, un venezuelano e un francese residenti in Giappone, hanno regolarmente viaggiato lungo la zona di esclusione dal 2011 e hanno lanciato un progetto online dal titolo “Fukushima, No Go Zone”. Hanno realizzato una video inchiesta sulle conseguenze umane e ambientali della crisi. “L’incidente è tutt’altro che concluso, sia nella centrale che tra i profughi nucleari”, avvertono.
Questi fotografi hanno raccolto in Retracing Our Steps. Fukushima Exclusion Zone. 2011–2016 (Tornando sui nostri passi. La zona di esclusione di Fukushima. 2011-2016), “un’antologia delle visite e un inventario degli incontri avuti con gli evacuati, persone espulse dai loro luoghi di residenza dopo il disastro”. Mostra il terribile paesaggio dopo l’incidente-battaglia atomica: paesaggi incontaminati dove non ci sono macerie, rovine, né resti di un disastro tangibile, ma una sensazione di desolazione assoluta.
Carlos Ayesta e Guillaume Bression cercano di far rivivere “le emozioni degli ex residenti nel caso di un ritorno alle loro case, scuole o nei supermercati dove compravano tutti i giorni”. Con l’acquiescenza di chi ha accettato di tornare per riprendere delle immagini, “hanno portato le persone della zona in quei luoghi e li hanno invitati a posare come se nulla fosse accaduto”.
Le immagini colpiscono: “Una donna posa con un carrello della spesa in un supermercato in cui le confezioni alimentari sono ancora sugli scaffali, un adolescente ascolta musica nel negozio dove comprava i dischi, un impiegato finge di parlare al telefono nel suo ex luogo di lavoro. Tutti sembrano statue di cera, con gli sguardi fissi e increduli, in luoghi dove il tempo si è fermato”.
Una testimonianza diretta, quella di Shigeko Watanabe: “Ora sono abituato, ma in un primo momento non riuscivo nemmeno a rimanerci un’ora qui, nella mia vecchia tipografia. Pensavo di poter tornare a viverci di nuovo, ma tutti i miei vicini hanno comprato casa altrove e nessuno prevedeva di tornare. Questa zona è un pezzo di niente e a nessuno importerebbe se scomparisse”.
Centinaia di migliaia di sacchetti di plastica neri, accatastati nella zona, contengono 25 milioni di metri cubi di materiali e terreno potenzialmente contaminati.
ROBOT
Le sonde robotiche inviate in uno dei reattori nucleari danneggiati hanno rivelato difficoltà maggiori del previsto per l’opera di bonifica dell’impianto.
Il robot “Scorpion” a controllo remoto è andato nella vasca di contenimento del reattore dell’unità 2 per indagare l’area intorno al nucleo che si è fuso sei anni fa. Il dispositivo è andato in avaria quando era tra i detriti radioattivi.
Dotato di un dosimetro e di due piccole telecamere, il robot è stato in grado di trasmettere alcuni dati e immagini, ma non di trovare il combustibile nucleare fuso, un’informazione chiave per capire come rimuovere i detriti dal reattore.
Il robot è stato abbandonato nella vasca in un punto che non blocca l’accesso a un altro dispositivo simile in futuro. Nelle ultime settimane, le prime analisi hanno individuato danni strutturali ai percorsi previsti per i robot e più radiazioni del previsto, il che implica che dovrebbero essere rivisti i progetti e i sistemi dei robot.
Come accennato, l’altra macchina progettata per eliminare i detriti a favore del dispositivo principale, la sonda “Scorpion”, è dovuta tornare a metà del lavoro in quanto due delle sue telecamere erano divenute inservibili dopo due ore, in cui l’esposizione totale alle radiazioni aveva raggiunto il livello di tolleranza massima di 1.000 sievert (la durata prevista del robot era di 10 ore, o 100 sievert per ora).
Le immagini riprese mostrano danni e strutture coperte da materiale, “forse mescolato con il combustibile nucleare fuso e parte di una piattaforma a forma di disco collegata al nucleo, anch’esso fuso”.
Eduard Rodríguez Farré e Salvador López Arnal
Traduzione per Posta Resistenze a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
11/03/17


---------------------

To:
Sent: Thursday, March 23, 2017 4:56 PM
Subject: IL VOUCHER, QUESTO CONOSCIUTO

Per decisione del Consiglio dei Ministri, si va all’abolizione, tramite Decreto Legge, del pagamento della prestazione lavorativa con i cosiddetti voucher. Di conseguenza, se tale decreto verrà convertito in legge, non si svolgerà più il referendum promosso dalla CGIL. Il premier Gentiloni ha dichiarato in proposito che “useremo le prossime settimane per rispondere all’esigenza di una regolazione seria per il lavoro saltuario e occasionale, nella consapevolezza che quello strumento si era gradualmente deteriorato e aveva gradualmente modificato le intenzioni iniziali per le quali era stato introdotto e che quindi non era quello lo strumento attraverso il quale dare una risposta efficiente e moderna alla necessità di lavoro saltuario e occasionale”.
E’ comunque opportuno fare il punto su questa materia, per capire come hanno funzionato fino ad oggi i buoni lavoro e quali problemi si siano aperti in ragione del loro utilizzo.
* * * * *
BREVE STORIA DEI BUONI LAVORO
Perché l’istituto si è prestato a forme fraudolente di evasione contributiva. La precarietà implicita di questo tipo di retribuzione. La tassa di esazione pari al 5%
Il primo dei referendum proposti dalla CGIL e ammessi dalla Corte Costituzionale prevede, com’è noto, l’abrogazione completa di tutta la normativa relativa ai cosiddetti buoni lavoro o “voucher”, attualmente contenuta negli articoli 48, 49 e 50 del D.Lgs. 81/15. Istituiti con il D.Lgs. 276/03, attuativo della cosiddetta “riforma Biagi” del mercato del lavoro, essi consistono in buoni, del valore di 10 euro ciascuno, acquistati dal datore di lavoro e utilizzati come mezzo di pagamento dei lavoratori. Dei 10 euro corrispondenti al loro valore e costo, 7,50 vengono riscossi dal lavoratore, 1,30 è versato all’INPS a titolo di contributi previdenziali, 0,70 all’INAIL per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e il restante 0,50 costituisce tassa di esazione.
L’istituto in origine ha una diffusione limitata, sia in ragione delle difficoltà di reperimento dei buoni, che potevano essere ritirati solo presso le sedi INPS, sia perché ne era previsto per legge l’utilizzo solo per lavori di carattere occasionale e limitato ad alcune specifiche attività, quali ad esempio i lavori di giardinaggio, le ripetizioni e i piccoli lavori domestici. Era (ed è tuttora) stabilito anche un limito massimo di buoni che può essere percepito da ciascun lavoratore.
Anche dal punto di vista soggettivo vi erano forti limitazioni: potevano essere assunte e retribuite mediante i buoni lavoro solo alcune categorie di persone, peraltro considerate in ragione del loro particolare status (in origine solo disoccupati, casalinghe, disabili ed extracomunitari), con rilevanti dubbi di legittimità costituzionale, in quanto si riservava questa forma di lavoro a gruppi di persone protetti dal divieto di discriminazioni.
Negli anni successivi numerosissimi interventi legislativi modificano la regolamentazione, prevedendo più ampie e comode forme di distribuzione dei buoni (presso le Poste, le banche e le tabaccherie e da ultimo in via telematica) e soprattutto ampliando considerevolmente sia le attività che possono essere retribuite mediante i buoni, sia le categorie di soggetti che li possono incassare in quanto lavoratori.
Sostanzialmente tra il 2008 e il 2015 la possibilità di retribuire i lavoratori mediante i buoni è estesa a tutte le imprese e a tutte le categorie di prestatori, con il limite massimo per ciascun percettore di 7.000 euro di reddito all’anno e di 2.000 euro per ciascun datore di lavoro (elevati a 3.000 nel caso in cui il lavoratore sia un destinatario di ammortizzatori sociali).
Nel corso del 2016, secondo i dati dell’INPS, i voucher sono stati utilizzati per retribuire circa 133 milioni di ore di lavoro; nel 2015 hanno coinvolto circa 1.380 mila lavoratori, con un’età media di 35,9 anni, con una media di 63,8 buoni per ciascun percettore; corrispondenti a una percentuale pari a circa l’8% della forza lavoro. Il loro impiego è stato effettuato da oltre 473.000 imprese nel 2015, in prevalenza nei settori alberghiero, della ristorazione, dei servizi alle imprese e alle persone.
Finalità fondamentale di questa forma di lavoro è quella di fornire uno strumento agile per prestazioni di lavoro considerate minori, che altrimenti rischierebbero di essere svolte in nero. I vantaggi sono individuati generalmente nella comodità data dal fatto che il datore di lavoro non deve adempiere a tutti gli obblighi connessi all’assunzione del lavoratore per lavori di breve durata (comunicazioni agli enti previdenziali, versamento mensile dei contributi, ecc.), nel minor costo previdenziale (con un abbattimento per il datore di lavoro dal 33% al 20%), nel carattere esentasse del reddito così percepito dal lavoratore e della sua compatibilità con lo svolgimento di altri lavori o con il mantenimento dello status di disoccupato.
Peraltro è da osservare subito che per lungo tempo l’istituto dei buoni lavoro, come detto volto a favorire l’emersione dal sommerso di attività lavorative minori, si è prestato a forme fraudolente di evasione contributiva. Ciò in quanto il datore di lavoro poteva attivare un solo buono lavoro, corrispondente a un’ora di lavoro e impiegare per giornate intere il lavoratore. In caso di ispezione, sarebbe bastato dichiarare che il lavoratore aveva appena iniziato a lavorare con quell’unico buono attivato per risultare a norma.
A questo tipo di utilizzo fraudolento dei buoni è stato posto rimedio solo nel mese di ottobre del 2016, quando il legislatore ha imposto l’attivazione del buono 60 minuti prima dell’inizio del lavoro, con indicazione del nominativo del lavoratore impiegato, del luogo, del giorno e dell’ora del suo utilizzo, obbligo questo, che però riguarda solo i datori di lavoro imprenditori non agricoli.
Tra gli aspetti più critici dell’istituto va sottolineata anzitutto la precarietà implicita nel loro utilizzo: sebbene la questione sia discussa tra i giuristi, il lavoratore non è di fatto considerato titolare di un contratto di lavoro. Il limite di 2.000 euro l’anno che egli può percepire da ciascun datore di lavoro corrisponde a poco più di un mese di lavoro, che può essere anche distribuito lungo tutto l’anno, durante il quale il lavoratore rimane nella totale incertezza del se e del quando potrà essere chiamato a lavorare, potendosi attivare i buoni uno alla volta, giorno per giorno.
Dal punto di vista economico, il corrispettivo netto di 7,50 all’ora per il lavoratore risulta sì più alto di quanto previsto per i più bassi livelli salariali dei dipendenti, ma ad esso fanno da contraltare altri rilevanti svantaggi: rispetto al lavoratore assunto con ogni altro contratto di lavoro, il dipendente ha un accredito di contributi nettamente inferiore, che comporta oltre che una pensione decisamente più bassa, anche il rischio di non riuscire a maturare i requisiti necessari per accedere alla pensione (ciò sia perché, secondo le disposizioni attualmente vigenti per maturare una settimana di contribuzione occorre percepire un reddito minimo di 200,76 euro a settimana, sia perché la riforma Fornero del 2011 ha previsto che i lavoratori che hanno iniziato a lavorare dopo il 1° gennaio 1996 e andranno in pensione con il sistema di calcolo interamente contributivo, potranno farlo a 67 anni solo qualora, oltre ad aver maturato 20 anni di contribuzione, il calcolo della pensione raggiunga l’importo minimo di 1,5 volte l’assegno sociale, pari a circa 640 euro).
Anche dal punto di vista fiscale l’istituto appare discutibile, in quanto si tratta di redditi che si trovano comunque al di sotto del limite minimo di tassazione (e che quindi sarebbero altrimenti esentasse), ma che sono soggetti alla tassa di esazione pari al 5% del loro valore. E’ opportuno precisare che, come ha osservato anche la Corte costituzionale nel giudizio di ammissibilità del referendum, il buono è solo una modalità di lavoro alternativa alle altre, ma non necessaria, nel senso che la sua mancanza non renderebbe affatto impossibile lo svolgimento di quelle attività lavorative oggi retribuite con i buoni: più semplicemente le renderebbe soggette alle regole e alle tutele previste per la generalità dei lavoratori. Il carattere occasionale della prestazione inoltre potrebbe giustificare il ricorso ad altri tipi di contratti estremamente flessibili, come il contratto a termine, il part-time per solo alcuni giorni della settimana o del mese, o il lavoro a chiamata. Tra l’altro, per i lavori di carattere domestico svolti in ambito familiare, gli oneri di comunicazione dell’assunzione e il costo previdenziale del lavoro sarebbero anche minori.
Olivia Bonardi
Docente all’Università Statale di Milano Dipartimento di scienze sociali e politiche

---------------------

From: Slai Cobas per il Sindacato di classe slaicobasta@gmail.com
To:
Sent: Monday, March 27, 2017 8:54 AM
Subject: TARANTO: ANCORA CONDANNE PER CHI LOTTA VERAMENTE!

La coordinatrice dello Slai Cobas di Taranto e vari lavoratori e lavoratrici della Pasquinelli, e disoccupati, sono stati condannati a più di 2 mesi (senza pena sospesa).
Nel dicembre 2011 erano in lotta contro il Comune, l’AMIU (come, peraltro negli anni precedenti e successivi) che invece di fare la raccolta differenziata, in violazione delle stesse leggi di questo Stato borghese, usavano fondi pubblici per distribuire manciate di appalti, ultra precari per i lavoratori, alle ditte.
Oggi il Tribunale invece di criminalizzare chi ha ampiamente contribuito alla situazione di Taranto (neanche pochi giorni fa è uscito il rapporto di ispettori del Ministeri di Economia e Finanze che ha rilevato una serie di irregolarità del Comune e partecipate, tra cui: non governo delle finanze comunali, errate contabilizzazioni di Bilancio, errato calcolo della tariffa rifiuti, errata costituzione del fondo crediti di dubbia esigibilità, affidamenti diretti da parte delle partecipate in assenza di controllo, incarichi dirigenziali a termine e del personale flessibile, con nomine ritenute dagli ispettori fuori dai limiti previsti dalla legge e in assenza di procedure selettive, utilizzo di collaborazioni autonome al di fuori delle regole previste dalla legge, senza nessuna preventiva selezione, ecc.) condanna chi lottava e lotta contro tutto questo e molto di più.
Ma c’è da dire che grazie a quelle lotte, e solo per quelle lotte una parte dei Disoccupati Organizzati si sono conquistati allora il lavoro.
Questo sistema giudiziario, intrecciando politica e visione di parte (contro i diritti dei lavoratori, per cui una lotta sacrosanta è considerata peggio di una truffa, della rapina continua ai danni delle popolazioni, degli attacchi al lavoro, alla salute) a un burocratismo facile che non vuole vedere le ragioni della protesta, scarica condanne e sanzioni pecuniarie.
Questo è ancora più inaccettabile e osceno in una realtà in cui la stessa Magistratura, nella persona del suo massimo rappresentante, il Procuratore, verso chi per i profitti ha fatto morire tanti operai e gente dei quartieri, dopo tre anni dall’inizio del processo ILVA, fa accordi con gli assassini, perché escano dal processo.
QUESTA (IN)GIUSTIZIA E’ DI CLASSE! PERCHE’ QUESTO SISTEMA E’ DI CLASSE, DIFENDE I PADRONI, I LORO PROFITTI, LE ISTITUZIONI DEL MALAFFARE.
MA POTETE CONDANNARCI QUANTO VOLETE, I LAVORATORI, LE LAVORATRICI ORGANIZZATI NON SOLO CONTINUERANNO LE LORO LOTTE, MA LAVORANO PER METTERE FINE A QUESTO SISTEMA DI PERENNE INGIUSTIZIA.

Nessun commento:

Posta un commento