mercoledì 30 settembre 2015

28 settembre - La Contro/Informazione di M. Spezia su lavoro e sicurezza: Lettere dal Fronte



SICUREZZA SUL LAVORO: KNOW YOUR RIGHTS! “LETTERE DAL FRONTE” DEL 28/09/15

Invio a seguire e/o in allegato le “Lettere dal fronte”, cioè una raccolta di mail o messaggi in rete che, tra i tanti che ricevo, hanno come tema comune la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori e dei cittadini e la tutela del diritto e della dignità del lavoro.
Il mio vuole essere un contributo a diffondere commenti, iniziative, appelli relativamente ai temi del diritto a un lavoro dignitoso, sicuro e salubre.
Invito tutti i compagni e gli amici della mia mailing list che riceveranno queste notizie a diffonderle in tutti i modi.

Marco Spezia
ingegnere e tecnico della salute e della sicurezza sul lavoro
Medicina Democratica
Progetto “Sicurezza sul lavoro: Know Your Rights!”

---------------------

INDICE

LAVORARE MENO PER LAVORARE TUTTI

LETTERA APERTA: GIUSTIZIA PER LE VITTIME E PER GLI EX ESPOSTI

Franco Mugliari fmuglia@tin.it
COME COLTIVARE SALUTE E SICUREZZA NEL SETTORE AGRICOLO

Posta Resistenze posta@resistenze.org
MORIRE DI LAVORO: LA CRESCITA SENZA AUDIENCE

Posta Resistenze posta@resistenze.org
MUOS: SENTENZA ASSURDA

Posta Resistenze posta@resistenze.org
VI PRESENTIAMO “IL JOBS ACT ED I NOSTRI STRUMENTI PER CONTRASTARLO”

OTTAVO CONGRESSO NAZIONALE DI MEDICINA DEMOCRATICA FIRENZE NOVEMBRE 2015

Clash City Workers cityworkers@gmail.com
A PROPOSITO DELLE NUOVE SCHIAVE DEL SUD ITALIA

Clash City Workers cityworkers@gmail.com
SENZA BERE, MANGIARE E SEDERSI: COSÌ SI LAVORA A EXPO

---------------------


From: Grillo Giuseppe grillo@macchinistiuniti.it
To:
Sent: Sunday, September 20, 2015 12:25 AM
Subject: LAVORARE MENO PER LAVORARE TUTTI

Lavorare meno per lavorare tutti: quand'è che sarà possibile in un paese con il 40% di disoccupazione giovanile?
Se non ora, quando?
Ci guadagnerebbero tutti, aziende, lavoratori e il sistema paese...lungimiranti cercasi.
Matteo, perché non rottami l'erronea convinzione che lavorando di più si produce di più?
Il "tasso di Civiltà" di una società si misura anche favorendo la riduzione dell'orario di lavoro.
Più occupati, più contributi previdenziali obbligatori, più IRPEF e meno assegni INPS per disoccupazione, cassa integrazione ecc.
E naturalmente una seria lotta all'elusione e all'evasione fiscale.
Pensaci e agisci in tal senso, è un esercizio difficile ma non impossibile.
Buona Vita
Giuseppe Grillo, un ex iscritto al PCI di Enrico Berlinguer...da quasi 25 anni senza tessera di partito.

* * * * *

Due autorevoli contributi alla discussione.

RICOMINCIAMO DALLA RIDUZIONE DALL’ORARIO DI LAVORO
Le ragioni dell'urgenza di uscire dalla “crisi della sinistra” e della necessaria centralità della questione del lavoro.  Ma è sufficiente oggi ragionare dall'interno della logica del capitalismo e della sua concezione del lavoro?
La sinistra è in una crisi storica e, direi, mondiale. Su questo tema è in corso sul Manifesto (che si definisce ancora “quotidiano comunista”) un’utile ricerca, “C’è vita a sinistra?”, avviata in luglio e che dovrebbe portarci almeno all’abbozzo di una conclusione sulla base degli interventi pubbli-cati e in arrivo.
Sappiamo bene che da una crisi, specie se grande e pesante, non se ne esce restando come prima e i rischi di andare al peggio sono forti. Già con Renzi prevale la politica di destra: la pro-spettiva è che o resiste accrescendo il suo potere personale o sarà scavalcato da un’avanzata delle forze dichiaratamente di destra. Le crisi sono una cosa seria.
Non si ricorda mai abbastanza che dopo la rivoluzione russa del 1917 e le grandi lotte operaie in tutta Europa, ci fu una risposta reazionaria con il fascismo e il nazismo che acquistarono forza con la crisi del 1929 e maturarono le condizioni per la Seconda Guerra Mondiale.
Nel secondo dopoguerra ci fu un grande sviluppo economico anche in Italia (il famoso miracolo italiano) accompagnato da un’avanzata della sinistra. Ma durò poco. Già con gli anni ’80 comincia a maturare l’attuale gravissima crisi nella quale siamo oggi: dell’economia della politica, e, direi anche della cultura.
Per tentare una ripresa della sinistra, ci vuole una buona analisi dell’attuale crisi; senza una seria diagnosi non si cura una malattia. E bisogna anche chiedersi perché con la forte disoccupazione, soprattutto giovanile, non ci siano lotte e proteste, i sindacati sono indeboliti e anche la buona iniziativa di Landini fa fatica a decollare. Senza contare che oggi, il ruolo ammortizzatore delle famiglie si sta esaurendo.
L’attuale pesantissima crisi ha cause strutturali da ricercare, come sostengono importanti econo-misti, nella globalizzazione e nel progresso tecnico. La globalizzazione, con la rapida crescita della comunicazione comporta l’ingresso sul mercato di industrie di paesi a bassi salari come la Cina che con la recente svalutazione riduce i prezzi del suo prodotto, attira gli investimenti dei paesi industrializzati. Il progresso tecnico (e non da oggi) riduce l’importanza del lavoro vivo e produce disoccupazione.
Due effetti assai forti che colpiscono soprattutto il lavoro vivo e, quindi, anche la soggettività stessa dei lavoratori, e che mettono in evidenza come il progresso tecnico che in regime sociali-sta (o non capitalista) migliorerebbe le condizioni di tutti, in regime capitalistico provoca disoccu-pazione, marginalizzazione e miseria da una parte e concentrazione del potere e della ricchezza in un ristretto e potente gruppo di capitalisti finanziari dall’altra.
Questa del progresso tecnologico nemico strutturale del lavoro vivo è storia antica e non pos-siamo dimenticare che l’avvio dell’industrializzazione capitalistica in Inghilterra diede vita al movi-mento luddista che contestava l’introduzione delle macchine. Allora il luddismo fu travolto dallo sviluppo e dalla crescita della produttività. Ma fu battuto anche dalle lotte operaie per il migliora-mento delle condizioni di lavoro e, soprattutto, dalle progressive riduzioni dell’orario (va ricor-data la conquista delle dieci ore e poi delle attuali otto ore mai più ridotte da quasi un secolo).
Oggi di fronte alla attuale gravissima crisi e alla disoccupazione in crescita, bisogna rimettere al primo posto (ma per alcuni è un controsenso) la riduzione dell’orario, anche se il lavoro nei paesi che entrano oggi sul mercato globale è sottopagato, con orari ottocenteschi e contrasta con questa rivendicazione. Si tratta ora di rovesciare l’uso che il capitalismo fa del progresso tecnico, ma ricordare anche che le progressive riduzioni dell’orario hanno contribuito alla crescita dei consumi e dello stesso mercato. Oggi una riduzione dell’orario di lavoro penso che giove-rebbe anche ai capitalisti che con la finanza si arricchiscono, ma rischiano di affogarvi.
La riduzione del tempo impegnato nel lavoro dipendente accrescerebbe il cosiddetto “tempo libero”, che oltre a migliorare le condizioni di vita darebbe spazio a nuovi consumi, a nuove spese diventando così anche un fattore di crescita del mercato e della società. Anche i capitalisti dovrebbero aver capito che se il popolo sta meglio i loro affari miglioreranno. Ma i capitalisti temono da sempre che la crescita della libertà del mondo del lavoro riduca, quasi automatica-mente il proprio potere politico ed economico.
Ma vogliamo aspettare che siano i capitalisti a proporre la riduzione dell’orario di lavoro?
Oggi, anche perché la disoccupazione cresce e nel mondo del lavoro cresce non solo la domanda di salario, ma anche quella di libertà e di cultura, la riduzione dell’orario di lavoro, e la gestione del “tempo libero”, questo immenso spazio da conquistare e organizzare, dovrebbe diventare l’obiettivo storico della classe operaia, dei suoi sindacati e delle forze che dicono di volerla rappresentare.
Valentino Parlato
21 Agosto 2015

Da: L'Huffington Post http://www.huffingtonpost.it
LAVORARE SEI ORE AL GIORNO CI HA RESO MENO STRESSATI E PIÙ EFFICIENTI
L'ESPERIMENTO IN UNA PICCOLA CASA DI CURA SVEDESE
Una piccola casa di riposo sembrerebbe il luogo meno adatto per un esperimento sulla riduzione dell'orario di lavoro. Eppure proprio al centro Svartedalens di Gothenburg, in Svezia, infermieri e personale hanno provato a lavorare solo sei ore al giorno, traendone grandi benefici e migliorando la qualità delle loro prestazioni. Il loro tentativo è stato raccontato anche dal Guardian, al quale un'assistente ha riferito: "Quando lavoravo otto ore al giorno mi sentivo esausta, non vedevo l'ora di tornare a casa e buttarmi sul divano. Ma ora no. Sono molto più sveglia: ho tantissima energia da spendere nel mio lavoro, ma anche per la mia famiglia".
La "rivoluzione" avvenuta all'interno della casa di riposo nasce dalla decisione da parte dell'amministrazione della città di portare avanti un esperimento per ridurre la giornata lavorativa di molti impiegati in settori pubblici. L'obiettivo, che era quello di migliorare il rapporto lavoro-vita privata e di rendere i lavoratori più produttivi, sembra essere stato pienamente raggiunto. "Dal 1990 abbiamo iniziato ad avere molti pazienti e meno personale. Non ce la facevamo più” - spiega al Guardian l'infermiera Ann Charlotte Dahlbom Larsson – “Tra il nostro staff hanno iniziato a diffondersi malattie e depressione a causa dell'esaurimento che vivevamo. La mancanza di equilibrio tra lavoro e vita non fa bene a nessuno".
Avere a che fare con gli anziani richiede pazienza e attenzioni costanti: in sei ore si può assicurare loro un elevato standard di prestazioni. Andare oltre i propri limiti fisici e mentali può, invece, rappresentare un pericolo: mostrare loro segnali di stress potrebbe annoiarli o innervosirli. "Non puoi rischiare che si stressino a causa tua, anche se è stata una brutta giornata", ha aggiunto la Dahlbom Larsson. In questo senso, la riduzione da otto a sei ore della giornata lavorativa è stata un passo in avanti.
Ma quanto costa questa trasformazione? La casa di cura ha dovuto assumente 14 membri extra per garantire al proprio staff un orario ridotto. Non tutti i luoghi di lavoro riescono a permettersi un simile rovescio della medaglia finanziario: nonostante ciò, altri, nella cittadina svedese, si sono cimentati nell'impresa, come l'ospedale della Sahlgrenska University. Ma c'è anche chi ha precorso i tempi: nei centri Toyota di Gothenburg, gli impiegati sono passati alle sei ore da 13 anni e non sono mai tornati indietro. All'epoca, furono i continui errori dello staff e lo stress generale a convincere ad intraprendere questo cambiamento. Oggi un turno di lavoratori inizia a lavorare alle 6 del mattino, il secondo a mezzogiorno. I profitti sarebbero aumentati del 25%.
"I miei amici sono invidiosi" - ha raccontato al Guardian Martin Geborg, meccanico di 27 anni, al lavoro con la Toyota da otto - "E’ bellissimo finire di lavorare alle 12. Prima che avessi una famiglia potevo andare in spiaggia dopo il lavoro. Ora passo il pomeriggio con i miei bambini".
La speranza di chi ha portato avanti e di chi ha sperimentato questi progressi è che anche altre aziende e uffici possano ispirarsi al loro esempio. E possano provare a cambiare il lavoro e, con esso, anche la vita di centinaia di persone.
Ilaria Betti,
18 settembre 2015

---------------------

To:
Sent: Tuesday, September 22, 2015 12:20 PM
Subject: LETTERA APERTA: GIUSTIZIA PER LE VITTIME E PER GLI EX ESPOSTI

Alla cortese attenzione:
Segretariato Generale Presidenza della Repubblica: Luigi Delli Paoli
Consiglio Superiore della Magistratura: Michele Vietti
Vice Ministro dell’Interno: Filippo Bubbico
Sottosegretario al Ministero della Giustizia: Cosimo Maria Ferri
Sottosegretaria al Ministero del Lavoro: Teresa Bellanova
Sottosegretario al Ministero della Salute: Vito De Filippo
Direzione Generale INAIL e Direzione Centrale Prestazioni: Giuseppe Lucibello
INAIL Settore Ricerca - Dipartimento di Medicina del Lavoro: Alessandro Marinaccio
Direzione Generale INPS: Massimo Cioffi
Ministero della salute Direzione generale della prevenzione sanitaria: Mariano Alessi
Regione Basilicata: Marcello Pittella
Assessore Sanità Regione Basilicata: Flavia Franconi
Assessore all’Ambiente e al Territorio Regione: Basilicata Berlinguer
Prefettura di Potenza: Antonio D’acunto
Prefettura di Matera: Antonella Bellomo
Procura della Repubblica di Matera: Celestina Gravina
Presidente Consiglio regionale di Basilicata: Piero La corazza

OGGETTO: PUBBLICAZIONE ATTI DEL CONVEGNO “PATOLOGIE ASBESTO CORRELATE, PREVENZIONE E RICERCA - GIUSTIZIA PER LE VITTIME E PER GLI EX ESPOSTI”
L’Associazione Italiana Esposti Amianto (AIEA) Val Basento, con il supporto di AIEA nazionale e Medicina Democratica, sta inoltrando a tutte le Istituzioni sanitarie e giuridiche interessate alle tematiche concernenti l’amianto il fascicolo “Patologie Asbesto correlate, prevenzione e ricerca: giustizia per le vittime e per gli ex esposti” (Bollettino n. 35-40 dell’AIEA, quale supplemento al n. 216-218 della rivista “Medicina Democratica”).
Il fascicolo raccoglie tutti gli interventi dei relatori che hanno dato lustro al convegno tenutosi a Matera il 17 e 18 ottobre 2014 alla presenza di centinaia di cittadini per iniziativa dell’AIEA Val Basento ed è diviso in due parti: la prima riguarda il problema sanitario (prevenzione, clinica, ricerca); la seconda quello giuridico (interventi diversi ispirati dalla giurisprudenza).
Il contenuto di questa pubblicazione, sottoposto a una valutazione critica, vuole offrire un contributo al dibattito su diversi problemi, alcuni dei quali non ancora risolti, come, ad esempio:
-         la sorveglianza sanitaria degli ex esposti all’amianto e l’eventuale possibilità di diagnosi precoce delle malattie asbesto correlate;
-         le contraddizioni emergenti dalle norme e dalla giurisprudenza sui benefici previdenziali, non ultimo la sentenza Eternit della Cassazione, del 19/11/14, che ha posto con forza il problema della prescrizione delle responsabilità penali per reati ambientali;
-         la non prescrizione del diritto alla rendita a superstiti.
L’obiettivo principale del convegno è stato quello di dare un valido supporto alle proposte che l’associazione AIEA VBA ha inoltrato:
-         Atto di Indirizzo Ministeriale per il sito industriale di Pisticci Scalo (MT);
-         Disegno di Legge 1645, depositato al Senato il 22/10/14, concernente le misure sostanziali, processuali e previdenziali a tutela delle vittime dell’amianto e a favore di centinaia di vedove della Val Basento escluse da ogni forma di riconoscimento previdenziale e di malattia professionale del proprio congiunto;
-         Esposto/denuncia presentato alla Procura della Repubblica di Matera il 15/04/13 relativo alle decine di morti che solo nell’ultimo decennio si sono verificate tra i dipendenti dello stabilimento ANIC/EniChem SpA.
Si coglie l’occasione per ringraziare ufficialmente tutti i relatori e i partecipanti, che hanno contribuito alla realizzazione del Convegno rendendolo di grande interesse dal punto di vista giuridico e da quello sanitario.
Il convegno, la diffusione del fascicolo e l’impegno continuo di AIEA Val Basento con il supporto di AIEA Nazionale e di Medicina Democratica vuole essere stimolo per le Istituzioni Territoriali affinché la loro solidarietà espressa in più occasioni, si trasformi in atti legislativi concreti e fruibili da tutti i lavoratori ex esposti senza discriminazione alcuna e dalle moltissime vedove di altrettante vittime causate dall’amianto e dalle altre sostanze cancerogene.
L’AIEA Val Basento auspica che la Procura della Repubblica di Matera disponga uno studio epidemiologico di settore per far emergere le reali conseguenze derivanti dall’utilizzo di sostanze cancerogene come l’amianto nei siti industriali della Val Basento.                 
Si porgono cordiali saluti.  

Mario Murgia
Matera, 17 settembre 2015

---------------------

From: Franco Mugliari fmuglia@tin.it
To:
Sent: Tuesday, September 22, 2015 4:22 PM
Subject:  COME COLTIVARE SALUTE E SICUREZZA NEL SETTORE AGRICOLO

E’ un paradosso affermare che è l’agricoltura il settore in cui l’unica cosa che non si coltiva è proprio la “cultura della sicurezza” sul lavoro?
Niente affatto.
Mentre l'Osservatorio indipendente sugli infortuni sul lavoro di Bologna di Carlo Soricelli denuncia che siamo arrivati all'incredibile numero di 102 morti schiacciati dal trattore dall'inizio dell'anno, e ancora non si è spenta l’eco dei 3 raccoglitori morti per un colpo di calore qualche settimana fa, Ambiente-Lavoro di Bologna (14-16 ottobre)  si prepara ad ospitare il 16° Salone della Salute e Sicurezza nei luoghi di lavoro, con l'organizzazione (tra gli innumerevoli altri) di un  convegno di studio e approfondimento dal titolo “La sicurezza in agricoltura”.
In continuo aumento sono anche le malattie professionali e ci si domanda cosa si aspetta per vietare l'uso del glisofato, diserbante impiegato dagli agricoltori, dopo che la IARC (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) lo ha indicato come “probabile cancerogeno.
Quindi da discutere ce n’è.
Visto che l’agricoltura è uno dei settori lavorativi a maggior rischio per i lavoratori a causa di numerosi fattori (macchine agricole, ambiente di lavoro, utilizzo di sostanze chimiche, presenza di animali e stagionalità della manodopera), proprio per migliorare la tutela della salute e sicurezza dei lavoratori del comparto agricolo è stato recentemente approvato, dal Coordinamento Tecnico delle Regioni e Province Autonome, il nuovo Piano nazionale di prevenzione in agricoltura che si sofferma in particolare sulle problematiche delle piccole aziende del comparto agricolo e sull’importanza della formazione di tutti gli operatori.
Ma la notizia di oggi è un’altra.
Nello scenario terrificante che ho appena presentato, ecco che sta per essere emanato un “ulteriore Decreto” per semplificare la "vita" agli agricoltori  (o facilitarne morte e malattia?) rispetto agli adempimenti relativi a salute e sicurezza. 
Il decreto in questione, una volta approvato,  andrà ad abrogare il Decreto Interministeriale del 27 marzo 2013 contenente “Semplificazioni in materia di informazione, formazione e sorveglianza sanitaria dei lavoratori stagionali del settore agricolo”.
Ma, mentre il decreto del  2013 è stato emanato in attuazione del comma 13 dell’articolo 3 del Testo Unico D.Lgs. 81/08, il nuovo Decreto andrà a regolamentare anche il comma 13-ter dell’articolo 3 del medesimo Testo Unico. La differenza?
Mentre nella vecchia formulazione era indicato che “Il Decreto  trova applicazione limitatamente alle imprese che impiegano lavoratori stagionali ciascuno dei quali non superi le cinquanta giornate lavorative e per un numero complessivo di lavoratori compatibile con gli ordinamenti colturali aziendali”, il nuovo potrà trovare “applicazione nelle imprese agricole, con particolare riferimento a lavoratori a tempo determinato e stagionali”.
Scompare quindi il limite delle 50 giornate/anno, quindi il nuovo Decreto troverà applicazione in tutte le imprese agricole e per tutti i lavoratori stagionali anche per quelli che operano per mesi in agricoltura.
Nei contenuti, il nuovo Decreto ricalca quello attualmente in vigore (peraltro applicabile, come dettto, solo nei limiti dei 50 giorni annui), ma con l'ulteriore semplificazione dettata per la redazione del documento di valutazione dei rischi.
Per il documento di valutazione di rischi viene infatti proposto in allegato al Decreto, un modello “a crocette” o poco di più, con il risultato di rendere del tutto o quasi inefficace la valutazione dei rischi.
Per la formazione e l’informazione poi, la semplice consegna di “appositi documenti” (cioè sostanzialmente di un libretto) “certificati dalle ASL o dagli organismi paritetici”, costituisce adempimento degli obblighi di cui agli articoli 36 e 37 del testo Unico.
Per amor di verità tocca precisare che tale formazione è limitata alle lavorazioni generiche e che non richiedono specifici requisiti professionali. Ma il “colpo di calore” per un raccoglitore di pomodori come verrà considerato? E la caduta da una scala a pioli utilizzata per la raccolta delle mele? Ovviamente chi guida il trattore, stagionale o no, dovrà essere in possesso di un’abilitazione specifica.
Per i lavoratori provenienti da altri Paesi il libretto dovrà essere redatto in una lingua comprensibile.
Quando prevista, la visita medica potrà essere effettuata presso il medico competente o presso il Dipartimento Prevenzione delle ASL. Avrà validità biennale e consentirà al lavoratore idoneo di prestare la propria attività anche presso altre imprese agricole, per lavorazioni che presentino i medesimi rischi, senza la necessità di ulteriori accertamenti medici. Enti bilaterali  e organismi paritetici potranno stipulare convenzioni con i medici competenti.
Ah, dimenticavo: il medico del lavoro non è tenuto ad effettuare la visita degli ambienti di lavoro. Vorrete mica che si sporchi le scarpe, vero?
Infine l’articolo 5 del nuovo Decreto prevede la costituzione di una “Commissione per la valutazione degli strumenti di supporto” (documento di valutazione del rischi a crocette e libretti) e per il monitoraggio sull’applicazione del Decreto stesso.
Ne sentivamo la mancanza.

Franco Mugliai
Muglia La Furia
22 Settembre 2015

---------------------

From: Posta Resistenze posta@resistenze.org
To:
Sent: Thursday, September 24, 2015 3:38 AM
Subject: MORIRE DI LAVORO: LA CRESCITA SENZA AUDIENCE

La crisi è finita. Dicono. E snocciolano dati da zerovirgolaqualcosa che segnalerebbero un rilancio italiano, con annessa spiegazione più che ovvia: "Le riforme iniziano a dare i loro frutti, Jobs Act in testa". Così dicono.
Dicono meno di altri numeri.
Del numero di disoccupati che rimane sostanzialmente invariato (più di tre milioni); del sesto posto tra i 28 paesi dell'UE per tasso di disoccupazione (12%, peggio, o "meglio", di noi solo Grecia, Spagna, Cipro, Croazia e Portogallo); del fatto che l'aumento dell'occupazione sia tutto degli ultracinquantenni "grazie" a un'età pensionistica tra le più alte del mondo (mentre un giovane su due continua a essere senza lavoro).
Non dicono, poi, quasi nulla di quel che c'è tra le pieghe di questa "ripresa". Di come si lavora nell'era del dopo articolo 18, della precarietà fatta legge, del "lavoro qualsiasi" accettato purché ci sia, dei voucher che dilagano in ogni settore, del ciclo continuo dai ritmi massacranti di certe fabbriche-miracolose, del neo-schiavismo in agricoltura.
Di come si lavora e si vive, dicono poco. Pochissimo (quasi niente) di come si muore. Se non per qualche riga in cronaca nera con seguito di parole rituali.
Nell'ultima estate (dalla Puglia al Veneto) abbiamo saputo delle morti nei campi gestiti dai caporali; negli ultimi giorni (da Priolo a Torino) abbiamo letto di delitti atroci, in raffinerie o in fabbriche metalmeccaniche: morti soffocati o schiacciati.
Anche per questo, volendo, ci sono numeri e statistiche. Nei primi sette mesi del 2015, in Italia, 643 persone sono morte sul lavoro, per incidenti o per fatica, per incuria delle norme o perché non c'era tempo per rispettarle. Magari per sfruttamento.
Il numero degli "incidenti" è cresciuto moltissimo negli ultimi mesi e queste morti hanno anche una loro geografia, molto legata alla realtà industriale del paese: il primato è della Lombardia (70 morti), seguita dalla Toscana (46) e dal Veneto (42), mentre per quanto concerne il rischio di mortalità rispetto alla popolazione lavorativa, il record è del Nordest con un indice di 32,7 contro una media nazionale di 21,1.
Anche questi dati sono il frutto delle riforme? C'è una relazione tra le cifre esaltate e quelle nascoste? Giudicate voi, il guaio dei numeri è che si lasciano interpretare a piacere. Ma anche confrontare: nel primo semestre 2015 gli occupati sono cresciuti dello 0,7% rispetto allo stesso periodo del 2014; contemporaneamente i morti sul lavoro sono aumentati del 9,5%. Altri numeri. Altra crescita.

Gabriele Polo
FIOM CGIL
15/09/15

---------------------

From: Posta Resistenze posta@resistenze.org
To:
Sent: Thursday, September 24, 2015 3:38 AM
Subject: MUOS: SENTENZA ASSURDA

"La sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa (CGA) sul MUOS di Niscemi può essere definita come un'ulteriore picconata ai più sacrosanti principi costituzionali e un gravissimo attacco al diritto alla salute di migliaia e migliaia di siciliani".
Sono indignati gli attivisti No MUOS dopo che il CGA ha annullato la sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale, il quale lo scorso 13 febbraio aveva giudicato illegittime le autorizzazioni rilasciate dalla Regione siciliana in merito all'installazione del MUOS di Niscemi.
Va ricordato che la struttura è stata costruita dagli Stati Uniti (63 milioni di dollari la spesa sostenuta finora) per completare la quarta stazione di terra che dovrebbe essere preposta, attraverso un sistema satellitare, alle comunicazioni delle forze militari nella trasmissione e nell'acquisizione dei dati emessi dai droni addetti alla sicurezza. Le altre stazioni, dotate di tre parabole del diametro superiore a 18 metri, sono ubicate in Virginia, alle Hawaii e in Australia.
A Niscemi, dal 1991, sono operative 41 antenne della Marina militare americana per le comunicazioni navali. Il problema, secondo gli oppositori che si sono avvalsi di esperti molto autorevoli, è che le tre parabole, una volta entrate in funzione, saranno in grado di emettere delle onde elettromagnetiche talmente potenti che potrebbero causare malformazioni infantili e malattie come tumori, leucemie e altro in quasi tutto il territorio siciliano.
Il timore dei No MUOS è che adesso, anche se i cantieri dovessero restare sotto sequestro per ordine della Procura della Repubblica di Caltagirone (che ha ravvisato nella costruzione dell'opera dei reati urbanistico-ambientali), un verdetto del genere potrebbe condizionare il futuro iter giudiziario.
Il giornalista e scrittore Antonio Mazzeo, uno degli attivisti più impegnati contro l'impianto di Niscemi, è indignato: "Più che di contraddizioni della sentenza, parlerei di mistificazioni e di falsità, con un epilogo (quello di affidare l'ennesima verifica sulle emissioni del MUOS a un comitato di cinque valutatori, tre ministri del Governo Renzi e due esperti nominati dal Consiglio Nazionale delle Ricerche e dal Consiglio Universitario Nazionale) che conferma la totale subalternità dei giudici all'esecutivo. Si fa tabula rasa di decine di studi scientifici indipendenti e di due perizie tecniche ordinate dal TAR di Palermo, che hanno evidenziato le gravissime criticità del progetto e i pericoli per la salute, per l'ambiente e per il traffico aereo. È stata provata processualmente e in sede scientifica la pericolosità delle emissioni del MUOS e delle 46 antenne, senza che mai alcuna istituzione si sia preoccupata di informare la gente".
Per capire quanto sia delicata la vicenda MUOS, basta leggere ciò che scrive lo scorso 7 luglio Emanuela Fontana de Il Giornale: "Nei giorni scorsi il Consolato americano a Napoli aveva fatto sapere che, in caso di un ennesimo no al MUOS da parte dei giudici italiani, la vicenda sarà gestita dagli Stati Uniti con minore pazienza". Infatti, prosegue il quotidiano della famiglia Berlusconi, "nell'eventualità in cui il CGA dovesse confermare i rilievi del TAR, per il Governo Renzi si aprirebbe una strada irta di difficoltà".
I No MUOS contestano la sentenza anche su un piano costituzionale: "Certamente, con l'istituzione delle basi NATO si è in presenza di gravi violazioni degli articoli 11, 80 e 87 della Costituzione. I giudici del CGA arrivano a mettere in dubbio le stesse funzioni del MUOS per la conduzione delle guerre moderne con droni e sistemi di guerra di distruzione di massa, giungendo a ignorare che il sistema satellitare non è un programma discusso e finanziato all'interno dell'Alleanza Atlantica, ma bensì di proprietà e uso esclusivo delle forze armate degli Stati Uniti d'America. Per non dimenticare come sia stato svilito il cosiddetto principio di precauzione, uno dei capisaldi del Diritto internazionale a difesa della salute umana e dell'ambiente, arrivando perfino a capovolgere l'onere della prova dell'eventuale pericolosità dell'impianto".
Inoltre, secondo Mazzeo "Per i giudici dovevano essere gli amministratori locali e gli attivisti del No MUOS a provare la pericolosità delle onde elettromagnetiche emesse dalle antenne e non le aziende produttrici, la Marina militare Usa o le autorità governative italiane. Quella del CGA è indubbiamente una sentenza gravissima, regressiva da ogni punto di vista sul piano giuridico e politico".
Infatti, continua Mazzeo, "Il CGA, con affermazioni inaccettabili e fondate sul nulla, si spinge a dichiarare illegittimi gli atti di annullamento delle autorizzazioni regionali (marzo 2013), malgrado siano state più volte accertate le gravi carenze istruttorie da parte di numerosi soggetti. Accertamenti fatti, non solo durante il lungo procedimento davanti al TAR di Palermo, ma dalla stessa Procura della Repubblica di Caltagirone, che per due volte ha ordinato il sequestro dei cantieri MUOS per manifesta violazione delle normative urbanistiche e ambientali. Il CGA non fa alcun accenno al luogo in cui il MUOS è stato realizzato, la riserva naturale Sughereta, area protetta dalle normative europee, nazionali e regionali, e allo straordinario patrimonio naturale. Non fa un accenno neanche ai rilievi delle emissioni esistenti nell'area, ben al di sopra dei parametri di legge, e ciò senza che sia ancora entrato in funzione il MUOS, come provato dalla stessa ARPA Sicilia, dagli studi indipendenti del Politecnico di Torino e dall'equipe scientifica che ha collaborato con i No MUOS, costituita dai maggiori esperti in campo mondiale sui pericoli dell'elettromagnetismo".
Da un punto di vista giuridico la situazione del MUOS, sempre secondo Mazzeo è tale che "La sentenza del CGA non ha effetti perlomeno diretti sul Decreto di sequestro dei cantieri emesso dai Giudici di Caltagirone, atto su cui presto dovrà esprimersi nel merito il Tribunale della Libertà di Catania. Si tratta di organi giudiziari, sulla carta, autonomi e indipendenti dal potere politico. Ciò ci consente di sperare che ci siano ancora margini di manovra in campo tecnico-giuridico per bloccare il programma di morte. Voglio ricordare però che i No MUOS non hanno mai hanno privilegiato la battaglia in sede giudiziaria, coscienti che la questione è di valenza politica. Solo la mobilitazione dal basso e le azioni dirette possono contribuire a imporre un cambio di direzione nelle gravi scelte in ambito militare dei diversi governi succedutisi alla guida del paese".
Infine secondo Mazzeo "La sentenza del CGA impone al Movimento No MUOS un'ampia riflessione su quanto accaduto in tutti questi anni e sulla ferma volontà del Governo di andare avanti nel progetto, in violazione del dettato costituzionale, delle leggi e della volontà popolare. Mi auguro un rapido rilancio della mobilitazione a tutti i livelli, locali e nazionale, perché il MUOS di Niscemi, i droni di Sigonella e l'asfissiante processo di militarizzazione che investe la Sicilia e le isole minori non sono questioni di interesse meramente locale o regionale. Ovviamente nessuno può farsi da parte, e proprio ora non ci possono essere più alibi. In gioco non è solo il futuro dei siciliani, ma le stesse possibilità di sopravvivenza dell'intera umanità".

4 settembre 2015
Luciano Mirone
L'informazione

---------------------

From: Posta Resistenze posta@resistenze.org
To:
Sent: Thursday, September 24, 2015 3:38 AM
Subject: VI PRESENTIAMO “IL JOBS ACT ED I NOSTRI STRUMENTI PER CONTRASTARLO”

Il Fronte Unitario dei Lavoratori (http://www.ful-lav.it, info@ful-lav.it) ha realizzato il Manuale “Il Jobs Act ed i nostri strumenti per contrastarlo”, di cui riportiamo integralmente l’introduzione.

Il D.Lgs n.23 del 2015 (più comunemente ma impropriamente denominato “Jobs Act”) è l'ultimo, in ordine di tempo, di una serie di atti di un processo di destrutturazione del diritto, e non solo del mercato del lavoro, che in Italia si è snodato attraverso varie tappe e che, probabilmente, non si è ancora concluso.
Il fine ultimo è la cancellazione totale del cosiddetto diritto del lavoro inteso come insieme di tutele e garanzie poste a favore del contraente più debole nel rapporto di lavoro. Ciò è reso possibile operando una finzione, tutta ideologica, di parità delle parti del rapporto sul piano contrattuale.
Se le origini ideologiche del fenomeno sopra descritto risalgono agli anni '70 con la scuola di Chicago, che tanti danni ha provocato nelle economie dell' America latina, le cui prassi (poste in essere spesso da governi golpisti ed antipopolari supportati dagli USA) traevano, a loro volta, origine, dalle teorie di Friedman e di Phelps.
A tali teorie si ispirarono le ricette di Reagan negli Stati Uniti e della Thatcher in Gran Bretagna.
In realtà, la destrutturazione delle garanzie sociali in questione non è un effetto di un'ideologia malsana del capitalismo, di un capitalismo "brutto e cattivo" che ha vinto su un capitalismo "accettabile" che permetteva il coinvolgimento delle masse popolari e delle loro istanze di equità sociale nei progetti e nelle finalità produttive.
Gli statuti di libertà del lavoratore furono effetto delle lotte popolari proprio degli anni settanta e furono emanati dalla borghesia capitalista per por fine e anestetizzare un potenziale sviluppo politico più o meno rivoluzionario che potesse escluderla in tutto o in parte dalla gestione del potere. Anche in tale caso il fenomeno giuridico non perde infatti la sua caratteristica di strumento (questa volta frenante, non oppressivo) della classe dominante per mantenere il monopolio sul potere e conservare quei rapporti di produzione che garantivano comunque l'anarchia produttiva a scopo di profitto.
Quanto è successo in seguito altro non è che l'effetto di lotta di classe dei monopoli borghesi, i quali, ottenuto il disarmo ideologico e pratico delle lotte dei lavoratori, hanno pian piano riconquistato il potere di far venir meno senza danni gli statuti di libertà che un tempo erano stati costretti a concedere e che comunque contenevano pur sempre un contenuto dannoso per i propri profitti. Ciò si è reso possibile grazie alla realizzazione e sviluppo di quelle cinque caratteristiche che Lenin individuò come elementi distintivi dell'imperialismo, inteso come fase suprema del capitalismo: la concentrazione della produzione e del capitale, la fusione del capitale bancario e del capitale industriale e la conseguente formazione di un'oligarchia finanziaria. la liberalizzazione dell'esportazione di capitale, la ripartizione del mondo fra i gruppi monopolistici internazionali, la ripartizione dell'intera superficie terrestre fra grandi potenze imperialiste.
Il motore ideologico proposto si identifica in quella finzione di libertà globale che fu propalata ai popoli ad alle fiaccate masse lavoratrici del mondo capitalista soprattutto dopo il crollo dell'Unione Sovietica: quella liberalizzazione della circolazione di merci, capitali e persone che permetteva e tutelava il realizzarsi delle posizioni di potere dei monopoli finanziari, così divenuti poteri globali. Crollato il contraltare dell'Unione Sovietica, fu facile impadronirsi dell'egemonia culturale sui lavoratori e sulle masse contrabbandando come espansione della posizione di libertà personale e crescita del benessere individuale quegli artifizi che si sono oggi svelati come solide catene.
Non è, qui, il caso di approfondire l'argomento che, peraltro, meriterebbe una vasta e approfondita trattazione per comprendere a fondo i fenomeni attuali. Né possiamo approfondire i riflessi di tale processo evolutivo del capitalismo e le loro conseguenze nel processo evolutivo del Continente europeo attraverso le fasi che si sono susseguite con i vari trattati che hanno portato le prime Comunità europee a divenire CEE e poi CE fino all'attuale costituzione dell'Unione Europea così come configurata dal Trattato di Lisbona del 2007 entrato in vigore nel 2009, provvedendo a renderle emanazione e incarnazione, insieme al braccio militare della NATO, del dominio dei monopoli finanziari e industriali internazionali.
Per capire quale siano le conseguenze di tale fase di sviluppo del capitalismo e del ruolo della Unione Europea e della NATO nell'imposizione dei diktat delle multinazionali è sufficiente, oggi, guardare alla Grecia e alle condizioni imposte a questo Paese per distruggerne, oltre all'economia, anche la dignità di Stato sovrano nonché il sistema democratico, incompatibili con la fase capitalistica che esternano il fenomeno del mercato sovrano, ma in realtà anche dei monopoli che detengono la sovranità sul mercato.
Può essere utile anche una lettura dell'articolo di Prabhat Patnaik "false idee sul neoliberismo" reperibile sul sito di Resistenze.org all’indirizzo:
L'Italia non ha mai rifiutato né tale ideologia né tale influenza di potere e ben presto tutti i governi succedutisi nel Paese dagli anni '90, compresi quelli di centrosinistra, così come le supreme magistrature di volta in volta chiamate ad occuparsene, hanno ratificato e introdotto nell'ordinamento nazionale, attraverso una discutibile interpretazione dell'articolo 11 della Costituzione, tutte le imposizioni europee seppure in contrasto con i principi stessi della Carta Costituzionale.
Si è così disgregato il sistema previdenziale pubblico, il sistema sanitario su base universalistica, i servizi pubblici anche quelli essenziali sono stati privatizzati,si è introdotta la modifica all'articolo 81 della Costituzione (equilibrio di bilancio) che rende inesigibili i principi fondamentali della Carta e altri potrebbero essere gli esempi come la modifica dell'articolo 36 sull'orario di lavoro con le direttive 93/104/CE, 2000/34/CE e 2003/88/CE.
Negli anni '90 in Italia due fenomeni incidono sulla svolta imperialista del sistema e del diritto del lavoro: la definitiva autodisgregazione del PCI come partito di riferimento ideologico e di equilibrio delle politiche economiche e sociali, all'indomani della dissoluzione dell'Unione Sovietica, nonché la definitiva trasformazione del sindacato da propulsore di lotte e conquiste anche sul piano giuridico nella posizione dei lavoratori nel rapporto di produzione, a sindacato di concertazione. Infatti nel 1993 il PCI accettò il concetto di "moderazione salariale" (la quale, da misura provvisoria per il contrasto del forte tasso inflattivo, divenne poi parametro contrattuale tuttora operante), nonché la disciplina dello sciopero nei servizi pubblici e di pubblico interesse, abbandonando persino la fase di rappresentanza succeduta a quella di sindacato di lotta.
Aveva inizio, così, un processo di arretramento lento ma inesorabile della classe operaia, che è arrivato alla situazione di cui oggi stiamo trattando.
Il primo atto di questo percorso a ritroso verso la deregolamentazione del "mercato del lavoro" (il sintagma meriterebbe un approfondimento per comprendere il mutamento operato non solo sul piano sintattico, ma su quello più pregnante dell'ideologia mercantile) è il cosiddetto "Pacchetto Treu" cioè la Legge 196/97, che introduce anche in Italia il lavoro interinale; si riporta così in auge la prassi del caporalato, già vietata dalla legge, e quindi più elegantemente denominata "intermediazione del rapporto di lavoro". E' l'inizio della precarizzazione e l'inizio della fine del concetto di "lavoro a tempo indeterminato".
Dal 2001, con il secondo governo Berlusconi, si tenta l'attacco al "cuore" della Legge 300/70, più comunemente conosciuta come "Statuto dei lavoratori", con la proposta di modifica dell'articolo 18 sulla tutela contro i licenziamenti illegittimi.
Molti di noi ricorderanno ancora con una qualche emozione il 23 marzo del 2002 quando la CGIL, unico argine alla deriva che sarebbe poi continuata fino ad oggi, portò a Roma più di due milioni di lavoratori bloccando il progetto berlusconiano (ma solo temporaneamente, come ben sappiamo).
La non adesione di CISL e UIL alla protesta non fu atto di dissenso tattico ma, come si vide in seguito, strategico, giacché successivamente le due organizzazioni si prestarono alla firma del "patto per l'Italia", che fallì miseramente proprio per la forza espressa dalla CGIL.
In seguito le cose andarono in altra direzione e la CGIL si allineò, preda della "sindrome dell'isolamento", iniziando un percorso di riavvicinamento alle altre organizzazioni sindacali verso la china che la porterà, a oggi, alla sua ennesima trasformazione in sindacato di mediazione delle ragioni dell'impresa. Ma questo sarebbe altro capitolo da approfondire.
Nel 2003, dopo l'assassinio di Marco Biagi, Ministro del lavoro Maroni, venne varata la Legge 30/03 che poi divenne il D.Lgs. 276/03 con modifiche marginali e mantenendo l'impianto strutturale della precedente Legge 30/03. A questa pesante ipoteca sul lavoro giovanile e delle nuove assunzioni non vi fu alcuna opposizione reale e concreta da parte sindacale e anzi si introdusse nella contrattazione nazionale la percentualizzazione della precarietà nelle varie categorie imprenditoriali.
La crisi del 2008 (le cui origini e sviluppi non saranno oggetto in questa introduzione di quell'approfondita analisi che meriterebbe) ha avuto anche in Italia forti ripercussioni aggravate anche da una politica di rigore monetario imposta dall'Europa, che esercitava così il suo ruolo proprio di centrale politica dei monopoli finanziari. La crisi ha avuto gravi e profonde ripercussioni in tutti i settori dell'intervento pubblico, politico ed economico che hanno ridotto ancor più, ove ve ne fosse necessità, i margini di un lavoro concepito come strumento di emancipazione, socialmente utile e secondo parametri di dignità e giusta retribuzione, così come previsto dalla Carta Costituzionale.
La contrattazione nazionale è stata sempre più ridotta a strumento secondario rispetto a quella aziendale e, solo in pochi casi, territoriale, frammentando ulteriormente il fronte dei lavoratori già ampiamente indebolito dall'alto tasso di disoccupazione e di precarietà, divenendo, quest'ultima, forma comune del rapporto di lavoro.
Rimanevano ancora due ostacoli per il capitale nello Statuto dei Lavoratori: l'articolo 13 (che aveva sostituito l'articolo 2103 del Codice Civile), il quale faceva espresso divieto di demansionamento da parte del datore di lavoro, divieto tassativo quand'anche vi fosse assenso del lavoratore, e l'articolo 18 che prevedeva la tutela reale contro i licenziamenti illegittimi.
Nel primo caso, causa e pretesto la crisi, si introduce negli accordi sindacali la possibilità di demansionamento a salvaguardia del posto di lavoro. Fino a ora la deroga avveniva solo per accordo, ma nei Decreti attuativi della Legge Delega 183/14 è prevista la disciplina di tale istituto in deroga all'articolo 13 dello Statuto.
Per quanto riguarda, invece, l'articolo 18 esso è stato profondamente modificato e ampiamente derogato dall'articolo 8 della Legge 148/11 di conversione del D.L. 138/11 nell'ultima fase del Governo Berlusconi, Ministro del Lavoro Sacconi.
Il compimento dello svuotamento di efficacia reale dell'articolo 18 avviene ad opera della Legge 92/12 denominata "Legge Fornero".
Queste, dunque, le tappe essenziali che hanno portato al D.Lgs. 23/15.
Naturalmente, per dovere di brevità per un'introduzione, non si sono affrontati qui tutti gli aspetti giuridici dell'involuzione normativa, né quelli fondanti dell'involuzione sia ideologica, sia politica che sindacale. Né si è approfondito il ruolo delle istituzioni europee nei profondi mutamenti dello stato sociale, economico e politico del nostro paese.
Ci ripromettiamo di lavorare a questi aspetti, con un più largo spettro di collaborazioni, nei prossimi mesi, approfondendo l'analisi del quadro normativo anche alla luce dei decreti attuativi.

Il manuale completo “Il Jobs Act ed i nostri strumenti per contrastarlo” in formato pdf è scaricabile all’indirizzo:

---------------------

From: Medicina Democratica segreteria@medicinademocratica.org
To:
Sent: Thursday, September 24, 2015 9:46 PM
Subject: OTTAVO CONGRESSO NAZIONALE DI MEDICINA DEMOCRATICA FIRENZE NOVEMBRE 2015

OTTAVO CONGRESSO DI MEDICINA DEMOCRATICA 19-21 NOVEMBRE 2015
Organizzato con il Dipartimento di Statistica dell’Università di Firenze
Firenze 19 - 21 novembre 2015
Sala Convegni Villa Ruspoli
piazza Indipendenza, 9 Firenze
GIOVEDI’ 19 NOVEMBRE
PARTECIPAZIONE PREVENZIONE SALUTE
Fattori di rischio per la salute dei lavoratori e dei cittadini: dalla ricerca, alla comunicazione, all’eliminazione: rischio statistico e rischio zero
Apertura delle registrazioni ore 10
SESSIONE MATTINA
Coordinano Piergiorgio Duca e Gino Carpentiero
RELAZIONI
Epidemiologia, informazione e salute della popolazione: Annibale Buggeri
La transizione epidemiologica del XX secolo, dalla genetica all’epigenetica:Ernesto Bugio
SESSIONE POMERIGGIO
Coordinano Piergiorgio Duca e Gino Carpentiero
RELAZIONI
Sistema Sanitario, sostenibilità e salute: Gavino Maciocco
Movimenti e lotte per la difesa del Sistema Sanitario e la promozione della salute: Paola Sabatini e Giuseppe Lippi
Valutazione di Impatto Sanitario e partecipazione: Giancarlo Sturloni (Borsa di Studio Michelangiolo Bolognini)
Assicurazioni rischio medico e iniquità: Marco Marchi
A SEGUIRE TAVOLA ROTONDA
Il Progetto Casa Gabriella: Coordinano Beppe Banchi, Laura Valsecchi
EVENTO PUBBLICO (ORE 21)
Proiezione dei film “I VAIONT” di Maura Crudeli e dibattito pubblico con: Luigi Mara, Alessandro Santoro, Mariella Cao, Mirco Maiorino, Daniela Rombi, Maria Luisa Clementi, Fulvio Aurora
VENERDI’ 20 NOVEMBRE
SESSIONE MATTINA
CONTRIBUTI SEZIONI TERRITORIALI DI MEDICINA DEMOCRATICA
Coordinano Marco Caldiroli e Maurizio Marchi
Sezioni territoriali di Medicina Democratica: Toscana (Firenze, Livorno, Viareggio); Lombardia (Milano, Brescia, Castellanza); Piemonte (Alessandria, Torino); Liguria (Savona, Genova, La Spezia); Emilia Romagna (Bologna, Ferrara, Reggio Emilia); Veneto (Vicenza, Padova, Venezia), Abruzzo (Vasto), Campania (Napoli), Basilicata (Matera), Puglia (Brindisi)
SESSIONI MATTINA E POMERIGGIO
CONTRIBUTI DI ASSOCIAZIONI, COMITATI, GRUPPI
Coordinano Marco Caldiroli, Maurizio Marchi e Gino Carpentiero
SESSIONE POMERIGGIO
GRUPPI DI LAVORO
Partecipazione, Prevenzione e Salute: i diritti sotto attacco e la loro difesa
Agricoltura, alimentazione, salute, sovranità alimentare e multinazionali
Ambiente, inquinamento urbano e salute: il ruolo della partecipazione nella ricerca per l’identificazione e nella lotta per la rimozione dei fattori di rischio
Donna, salute e lavoro: doppio lavoro, assenza di lavoro, negazione di servizi e diritti
Lavoro, nocività e prevenzione: mobbing, tumori, infortuni, strategie di lotta e iniziative di legge e giudiziarie
La Salute mentale e la chiusura degli OPG: interventi e proposte
EVENTO PUBBLICO (ORE 20:30)
Tavola Rotonda: Rischi per la salute nell’alimentazione e Rischio zero: ne discutono Patrizia Gentilini, Vittorio Agnoletto, Alberto Bencistà, Antonio Lupo e Gianluigi Salvador Coordinano Gianluca Garetti e Katia Lumachi
SABATO 21 NOVEMBRE 9-12
SESSIONE MATTINA
RELAZIONE CONCLUSIVA
Il contributo dell’Università e delle Istituzioni in termini di ricerca, formazione, comunicazione e consulenza
SESSIONE POMERIGGIO
ASSEMBLEA GENERALE DI MEDICINA DEMOCRATICA
Consuntivo del triennio: Piergiorgio Duca
Rinnovo del direttivo e della presidenza
Bozza di programma per il prossimo triennio
Gli argomenti individuati, da discutere anche con i rappresentanti delle Associazioni che vorranno partecipare, sono quelli dell’Ambiente (Inquinamento, Alimentazione, Agricoltura) Lavoro (le diverse forme di nocività e le lotte per la promozione della salute), Sistema Sanitario (difesa dei diritti con particolare attenzione alla salute della donna, sostenibilità e lotte contro i tentativi di privatizzazione), Emarginazione, Salute Mentale.
La proposta di Medicina Democratica ai gruppi alle Associazioni o ai Movimenti che vorranno partecipare e contribuire è quella di mettere a disposizione una specifica competenza di conoscenza, di lotta e di presenza storica sui temi critici della partecipazione e della prevenzione, impegnandosi a potenziare:
-         come strumento di dibattito, divulgazione, proposta e organizzazione la Rivista anche in sinergia ove e come possibile con “Epidemiologia & Prevenzione”;
-         come presenza nel movimento di lotta il numero e le attività delle sezioni territoriali, da meglio coordinare in modo permanente pur nella varietà dei temi e dei modi organizzativi (Sportelli Salute e disagio lavorativo, Supporto all’azione legale locale, Iniziative giudiziarie o legislative a livello nazionale);
-         l’attività di formazione e sensibilizzazione sul territorio attraverso Corsi organizzati in tema di nocività del lavoro, identificazione e documentazione dei fattori di rischio sul territorio anche con la promozione di circa epidemiologica di base e la promozione di iniziative locali di lotta o di contrasto su specifici temi;
-         l’iniziativa di coordinamento nel sociale attraverso la costituzione di reti di relazioni stabili con associazioni, gruppi e movimenti presenti sul territorio e attivi in ambito socio-sanitario e politico;
-         l’iniziativa di promozione di convegni su emarginazione, salute della donna, difesa dei diritti, difesa dei beni comuni, per il lancio di iniziative anche legislative per contrastare fonti di inquinamento fisico, chimico ma anche culturale (pensiero unico);
-         l’istituzione di un Comitato Scientifico permanente di Consulenti/Garanti a cui chiedere un impegno non continuativo di partecipazione ma contributi mirati ad iniziative di ampia risonanza nazionale e internazionale.

---------------------

From: Clash City Workers cityworkers@gmail.com
To:
Sent: Sunday, September 27, 2015 5:39 PM
Subject: A PROPOSITO DELLE NUOVE SCHIAVE DEL SUD ITALIA

Leggete l’inchiesta di Repubblica riportata a seguire.
Non scopre nulla di nuovo, e però segnala, a proposito dei casi degli ultimi giorni, molte cose interessanti. Innanzitutto che nei campi lavorano molti italiani, anzi italiane, meridionali. Come in altri settori del lavoro, le donne vengono identificate come soggetti più passivi, perché più prese in reti familiari, più terrorizzabili...
Ma non solo: che le donne vengono scelte in molti casi perché gli immigrati si ribellavano, chiedevano migliori condizioni di lavoro, e facevano rimettere soldi ai padroni. Cosa che ci dimostra come gli immigrati non siano soggetto debole e da tutelare, ma compagni di lotta che spesso stanno anche più avanti di noi.
Certo, non stiamo qui a stupirci o inorridirci perché lo sfruttamento più spietato e odioso ha preso a selezionare altri tipi di vittime. Perché ora sono italiane, donne italiane a finire nel tritacarne, e non solo immigrate e immigrati. Questa differenza non ha alcun senso per noi che rifiutiamo in blocco ogni forma di sfruttamento di qualsiasi uomo e donna su qualsiasi uomo e donna.
E tuttavia tutto questo di senso sembra averne molto per chi su queste differenze continua a fare soldi, tanti soldi. I padroni dei campi, come altri datori di lavoro in altri settori, ricorrono spesso a queste strategie: ci dividono in base a demarcatori sociali, se così possiamo chiamarli, usano le nostre differenze di sesso, età, provenienza e religione a loro vantaggio, selezionando le categorie di volta in volta più vulnerabili, che determinate circostanze storiche hanno reso tali, per metterci gli uni contro gli altri e avere una manodopera sempre più docile, flessibile, ricattabile e fare soldi...
Se oggi molte nostre mamme, sorelle e figlie italiane sono le nuove schiave dei campi evidentemente le loro condizioni sono precipitate a tal punto da renderle estremamente docili e mansuete. Donne doppiamente schiacciate, da una parte da reti familiari, che la crisi ha iniziato a sfilacciare ma che si basano ancora prevalentemente sul loro lavoro di cura non pagato e dall'altra dal carico di un lavoro disumano a cui sono costrette a ricorrere proprio per compensare questo sistema di welfare nostrano in frantumi, tanto che è sufficiente la minaccia “domani resti a casa” per renderle ancor più controllabili.
Le circostanze possono cambiare repentinamente, possiamo trovarci da un giorno all'altro a negoziare condizioni di vita assurde che pensavamo lontane anni luce, che credevamo potessero appartenere a “qualcun altro” ma non a noi. Evidentemente “qualcun altro” e noi siamo più vicini di quanto pensiamo.
Allora forse quando sentiamo storie atroci di sfruttamento sugli immigrati non possiamo più pensare che tutto questo non ci riguardi...le loro storie sono le nostre storie. E allo stesso modo il loro coraggio deve diventare il nostro coraggio.
Molti nostri amici immigrati hanno iniziato a dire “basta!”, hanno iniziato a rifiutare queste condizioni di vita e di lavoro inumane. Per questo i padroni si sono messi alla ricerca di nuovi schiavi e schiave che possano facilmente rimpiazzare chi ha iniziato a ribellarsi a questo stato di cose. 

* * * * *

Da La Repubblica
di Raffaella Cosentino e Valeria Teodonio
25 maggio 2015

SONO ITALIANE LE NUOVE SCHIAVE DEI CAMPI
Più affidabili, ma soprattutto più ricattabili e più facili da piegare alla volontà dei caporali: per questo chi controlla il mercato del lavoro agricolo preferisce le connazionali. Nella sola Puglia, secondo i dati della CGIL, circa 40.000 braccianti sono gravemente sfruttate con paghe che non superano i 30 euro per 10 ore trascorse a raccogliere fragole o uva. "Non vogliono più stranieri perché loro si ribellano e noi no".
TARANTO
Alle tre di notte le donne del Brindisino e del Tarantino sono già in strada. Indossano gli abiti da lavoro e hanno in mano un sacchetto di plastica con un panino. Nei punti di raccolta, agli angoli delle piazze, alle stazioni di benzina, aspettano il caporale che viene a prenderle con l'autobus gran turismo per portarle sui campi, dove lavorano sfruttate e ricattate, a volte anche con la richiesta di prestazioni sessuali. Sono soprattutto italiane, più affidabili, ma soprattutto più "mansuete" delle lavoratrici straniere, protagoniste in passato di proteste e denunce.
Per costringere le italiane al silenzio non servono violenze fisiche. Basta la minaccia "domani resti a casa". "I proprietari dei pullman sono i caporali. E’ a loro che ci rivolgiamo per trovare lavoro in campagna o nei magazzini che confezionano la frutta", racconta Maria, nome di fantasia, che ha 24 anni e lavora sotto i caporali da quando ne aveva 16.
Secondo le stime del sindacato FLAI CGIL, sono 40.000 le braccianti pugliesi vittime dei caporali italiani, che in molti casi hanno comprato licenze come agenzie di viaggio, riuscendo così ad aggirare i controlli.
IL RECLUTAMENTO
“Nei paesi ci sono delle persone, generalmente sono delle donne, che fanno da tramite tra chi vuole lavorare e il caporale. Raccolgono i nominativi per lui” - racconta Antonietta di Grottaglie - “Il caporale decide dove mandare a lavorare le braccianti e quello che deve essere dato come salario. Cercano di non avere uomini, anche per i lavori pesanti, perché le donne si possono assoggettare più facilmente".
Antonio, altro nome di fantasia, è ancora più esplicito: "Non vogliono stranieri, il motivo è che loro si ribellano e gli italiani no: ci sentiamo gli schiavi del terzo millennio, ci hanno tolto la dignità".
LE ITALIANE SFRUTTATE PER LA FRAGOLA D'ECCELLENZA
"La donna si presta di più a un lavoro piegato di tante ore” - spiega un produttore agricolo che assume circa 60 operaie nelle sue serre di Scanzano Jonico - “Io ho quasi tutte italiane, andiamo a prendere la manodopera in Puglia, perché quella locale non basta. In tutta Scanzano esistono 600 ettari di coltivazioni di fragole. A 6 donne a ettaro fanno 3.600 braccianti donne".
Ci sono rumeni che si propongono per la raccolta, ma non vengono quasi mai presi in considerazione. "La fragola è molto delicata” - dice Teresa - “facilmente si macchia e diventa invendibile, per questo servono le donne a raccoglierla nelle serre, con la temperatura che raggiunge i 40 gradi".
Tra Scanzano, Pisticci e Policoro si produce la fragola Candonga, brevettata in Spagna e diventata un'eccellenza molto apprezzata sul mercato perché è più grande e ha una lunga durata. Spesso vengono "trattate" con ormoni come la gibberellina, come vediamo dalle scritte sui tendoni "campo avvelenato".
CAPORALI TOUR OPERATOR
Da aprile a settembre centinaia di grossi pullman si spostano carichi di lavoratrici tra le province di Brindisi, Taranto e Bari per la stagione delle fragole, delle ciliegie e dell'uva da tavola.
Grottaglie, Francavilla Fontana, Villa Castelli, Monteiasi, Carosino, sono solo alcuni dei nomi della geografia del caporalato italiano che sfrutta le donne. Il nome del caporale è scritto in grande, stampato sulla fiancata dei bus, insieme al numero di cellulare. "È per questo che nessuno li ferma", dice Teresa, altro nome di fantasia.

---------------------
 
From: Clash City Workers cityworkers@gmail.com
To:
Sent: Sunday, September 27, 2015 5:39 PM
Subject: SENZA BERE, MANGIARE E SEDERSI: COSÌ SI LAVORA A EXPO

Da BgReport
01 Agosto 2015

Sembra uno scherzo. Non lo è. Carlo (il nome è di fantasia) lavora in EXPO con il ruolo di addetto all’accoglienza. E’ il primo volto che vede il visitatore quando entra nei padiglioni nazionali della grande esposizione universale.
Curati, di bell’aspetto e sempre sorridenti, queste le richieste di EXPO SpA e Manpower ai propri dipendenti. Al lavoratore viene imposto un regolamento, come ogni azienda che si rispetti. Quello di Manpower è a dir poco restrittivo: vietato bere, mangiare, sedersi e senza pause. Tutto per iscritto.
I sacrifici si sa vanno di pari passo con il valore della propria prestazione, capita quindi nei normali luoghi di lavoro che alle energie spese per un lavoro salariato corrisponda una paga adeguata. Nulla da fare in EXPO, Carlo non mangia non beve, non si può sedere per 8 ore di fila per 5 giorni alla settimana per una retribuzione di 797 euro lordi equivalenti a circa 560 euro al mese.
EXPO, da alcuni decantata come la soluzione alla fame nel mondo affama i propri lavoratori con stipendi da fame.
Con lo zampino di Manpower (agenzia interinale) e di IVRI che di  fatto gestisce l’appalto dell’accoglienza agli stand. Sarebbe curioso sapere quanto vale questo appalto e quanto ci guadagnano EXPO, Manpower, e IVRI. Questa cifra non ci è dato saperla e  resta nelle oscure stanze di EXPO SpA.
Nel frattempo il Carlo di ogni stand continuerà a sorridere ai visitatori, per 3,2 euro l’ora. In alcuni stand della grande esposizione universale non ci si compra nemmeno una bottiglietta d’acqua.

Nessun commento:

Posta un commento