mercoledì 26 agosto 2015

25 agosto - Il Jobs Act prevede il controllo a distanza dei lavoratori. Anche SEL è d'accordo



Bologna. SEL sposa il controllo a distanza dei lavoratori
Lunedì, 24 Agosto 2015 16:35
Redazione Bologna

«Un servizio che ci fa comodo», l’assessore bolognese approva la clausola di controllo da remoto in un appalto già non proprio splendente. «Un servizio che ci fa comodo». Così l’assessore SEL ai Lavori Pubblici nella malmessa giunta bolognese di Merola, Riccardo Malagoli, commenta la clausola di controllo a distanza tramite I-pad per i lavoratori del nuovo appalto «global edifici». Dopo qualche mese di imbarazzante opposizione al Jobs Act, SEL volta la carta e non solo si allinea all’orrido articolo che consente il controllo perenne dei lavoratori sul luogo di lavoro tramite videocamere e altre apparecchiature elettroniche, approvato lʼ11 giugno scorso, ma addirittura corre a metterlo in pratica. «Vogliamo pagare solo i lavori effettivamente fatti e il Comune oggi non ha abbastanza personale da inviare  gni volta sul posto per verificare. Per questo un sistema “da remoto”, con interventi geolocalizzati grazie ai mezzi oggi a disposizione, ci fa molto comodo ed è tra le offerte migliorative che hanno portato all’assegnazione del bando». Questo è l’argomento dell’assessore nel giustificare una misura che ha ancora una volta il primario obiettivo la restrizione dei diritti dei lavoratori, oltre che la implicita denuncia che siano sempre i «lavoratori fannulloni» il grave problema dell’economia italiana, e non le operazioni speculative (e collusive) portate avanti dalle grandi imprese appaltatrici. Il controllo ricade così sulla parte più debole del processo produttivo, il lavoratore appunto, mentre si deregolamentarizzano le gare d’appalto, e spesso e volentieri ricorrendo alle «deroghe» per le grandi opere o per motivi di urgenza che permettono in larga misura di evitare i bandi pubblici.
 La stessa assegnazione dell’appalto non è esente da ombre: nel consorzio di imprese vincitore del bando da 157 milioni, guidato dal Consorzio Cooperative Costruttori, rientrava anche la CPL Concordia, i cui vertici furono arrestati a marzo con le gravi accuse di concorso esterno in associazione mafiosa. L’esclusione della Concordia (e il suo commissariamento) non ha fermato le perplessità della Procura che ha fatto acquisire la documentazione relativa all’appalti, mentre il 4 agosto Raffaele Cantone dell’Autorità Anticorruzione ha depositato un parere in cui parla di operato «non conforme alla normativa di settore» a causa della mancanza di adeguate motivazioni riguardo la convenienza economica dell’appalto. Insomma, come da copione, gli appalti vengono assegnati in una zona grigia tra legalità e illegalità in cui si sposa il matrimonio fra politica e grandi imprese (nel caso bolognese fra PD-SEL e cooperative) ma sotto torchio rimangono i lavoratori. Già ci immaginiamo le reazioni a questa nuova aberrante misura da parte dei sinceri democratici e della sinistra legalista che si giustificheranno dietro la necessità del controllo della legalità e degli sprechi, soprattutto quando ci sono di mezzo i soldi pubblici. Un altro piccolo passo contro i diritti dei  lavoratori, un altro grande passo della «sinistra» istituzionale a destra.

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