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giovedì 25 settembre 2014

25 settembre: E' QUELLO CHE SERVE E LO SCOPO DELLA FORMAZIONE OPERAIA.... RISPOSTA AD UN COMMENTO DELLA 1° PARTE DI "LAVORO SALARIATO E CAPITALE"

Riportiamo un breve commento arrivato da Palermo in merito alla parte di sintesi dI "Lavoro salariato e capitale" postata giovedì 18 settembre - inizio della formazione operaia on line; insieme alla nostra risposta.

Invitiamo tutti a postare commenti, domande, o propri approfondimenti, precisazioni. Pubblicheremo tutto.

COMMENTO: "Da quello che ho capito, l'operaio produce beni di valore, ma che non gli viene riconosciuta in termini di denaro, il valore di quello che ha prodotto servirà a fare arricchire i padroni.dovrebbe essere valorizzato il lavoro di un operaio e ricompensarlo in misura adeguata al prodotto. invece i padroni sfruttano l'operaio x arricchirsi. spero di essermi espressa bene, caso mai mi chiarirete se non ho capito"
Grazia precaria coop Palermo

RISPOSTA: Si, il capitalista non paga all'operaio il prezzo del suo lavoro o del prodotto del suo lavoro, ma un salario che corrisponde al prezzo della forza-lavoro, determinato, come qualsiasi merce, dai costi della sua produzione, vale a dire dal tempo di produzione di quei beni che all'operaio servono per andare il giorno dopo a lavorare, a rifarsi sfruttare.
L'operaio vendendo al capitalista la sua forza lavoro, questa non è più sua. Il capitalista essendo diventato proprietario per un giorno, una settimana, un mese, di questa merce particolare la mette al lavoro. In questo tempo di lavoro, per es. 8 ore, solo una minima parte del lavoro dell'operaio serve per ricostruire quella forza lavoro, il resto delle ore, poniamo 5, questi fa lavoro gratis per il capitale. Ma il capitalista ha già pagato quella forza lavoro come tutte le altre merci (quindi, nell'esempio, per 3 ore, il tempo della sua produzione). E in questo non è "cattivo o ladro", dal momento che la forza lavoro è una merce come tutte le altre. Io - dice il capitalista - quanto pago un vestito? Il prezzo che corrisponde al tempo di produzione di quel vestito; quindi lo stesso mi comporto con la forza lavoro operaia, pago a te lavoratore il prezzo corrispondente al tempo di produzione di quei beni che ti fanno esistere.
Però, dice il capitalista, io ti ho acquistato per 8 ore e quindi per 8 ore sei mio; pertanto l'operaio, dopo, poniamo, le 3 ore in cui ricostruisce il costo della sua "merce", deve continuare a lavorare fino alle 8 ore.
Quindi non si tratta che il capitalista non dà valore al lavoro dell'operaio e che dovrebbe "ricompensarlo in misura adeguata al prodotto". Il valore del lavoro, il prodotto, per la legge capitalista, non devono interessare all'operaio, più di quanto non interessi ad una macchina di quella fabbrica.
E ancora una volta, questo non avviene per "cattiveria" (altrimenti l'eliminazione del lavoro salariato consisterebbe solo nell'avere capitalista più giusti e che pensino ad arricchirsi un pò meno...); il capitalista si alzerebbe in piedi sorpreso e risentito di questo attacco alla sua "correttezza" e direbbe: "ma io ho pagato giustamente la forza-lavoro dell'operaio, ciò che poi questa merce particolare produce è affare mio e io non devo dare nessuna parte di questo prodotto all'operaio!". E rispetto alla legge del capitale - per cui l'operaio è formalmente "libero", ma appartiene al capitale, come uno schiavo, come una macchina - quel padrone ha ragione...


Quando tu scrivi: "dovrebbe essere valorizzato il lavoro di un operaio e ricompensarlo in misura adeguata al prodotto", questo è possibile solo con il rovesciamento del sistema del capitale e delle sue leggi; con l'abolizione dello sfruttamento, lavoro salariato, con la costruzione di una società socialista in cui non c'è più la stridente contraddizione di oggi, per cui tutta la produzione, la ricchezza è sociale, ma l'appropriazione dei frutti di questa produzione è privata.  


25 settembre: 2° GIOVEDIì DELLA FORMAZIONE OPERAIA

FORMAZIONE OPERAIA - 2° PARTE - PIU' SI SVILUPPA LA RICCHEZZA, LA SOCIETA' E PIU' SI IMPOVERISCE L'OPERAIO

Nella 1° parte abbiamo visto che l'operaio non vende al capitale il lavoro, ma la sua forza-lavoro che per il capitalista è al pari di una merce, ma particolare, perchè produce valore, lavoro gratis per il capitale. Il capitalista non paga all'operaio il prezzo del suo lavoro e del prodotto del suo lavoro, ma un salario che corrisponde al prezzo della forza-lavoro, determinato, come qualsiasi merce, dai costi della sua produzione, vale a dire dal tempo di produzione di quei beni che all'operaio servono per andare il giorno dopo a lavorare, a rifarsi sfruttare.  

Da "Lavoro salariato e capitale" di MARX

2° PARTE

"Il capitalista e l'operaio sono legati. “L’operaio va in malora se il capitale non lo occupa. Il capitale va in malora se non sfrutta la forza-lavoro”. “La condizione indispensabile per una situazione sopportabile dell’operaio è dunque l’accrescimento più rapido possibile del capitale produttivo... del potere del lavoro accumulato sul lavoro vivente. Accrescimento del dominio della borghesia sulla classe operaia”.
L’operaio, quindi, “produce la ricchezza estranea che lo domina, il potere che gli è nemico, il capitale... i mezzi di sussistenza rifluiscono nuovamente verso di lui, a condizione che esso si trasformi di nuovo in una parte del capitale...”.
“Sino a tanto che l’operaio salariato è operaio salariato, la sua sorte dipende dal capitale. Questa è la tanto rinomata comunità di interessi tra operaio e capitalista”.
“Se cresce il capitale, cresce la massa del lavoro salariato, cresce il numero dei salariati; in una parola, il dominio del capitale si estende sopra una massa più grande di individui. E supponiamo pure il caso più favorevole: se cresce il capitale produttivo, cresce la domanda di lavoro e sale perciò il prezzo del lavoro, il salario”.
Ma “il rapido aumento del capitale produttivo provoca un aumento ugualmente rapido della ricchezza, del lusso, dei bisogni sociali e dei godimenti sociali. Benchè dunque i godimenti dell’operaio siano aumentati, la soddisfazione sociale che essi procurano è diminuita in confronto con gli accresciuti godimenti del capitalista, che sono inaccessibili all’operaio, in confronto col grado di sviluppo della società in generale”. Quindi più si sviluppa la ricchezza, la società e più, relativamente, si impoverisce la condizione dell’operaio.
Inoltre, il salario non è determinato solo dalla somma di denaro, dalla massa di merci che può acquistare, ma da altri rapporti.
Primo, il salario è determinato in rapporto al valore dei mezzi di sussistenza. Se il prezzo dei mezzi di sussistenza aumenta, gli operai nominalmente possono continuare a ricevere lo stesso salario di prima, ma “per lo stesso denaro essi ricevevano in cambio meno pane, meno carne, ecc. Il loro salario era diminuito non perchè fosse diminuito il valore dell’argento (del denaro), ma perchè era aumentato il valore dei mezzi di sussistenza”. “il prezzo in denaro del lavoro, il salario nominale, non coincide quindi con il salario reale, cioè con la quantità di merci che vengono realmente date in cambio del salario”.
Secondo, il salario è determinato anche dal rapporto col profitto del capitalista. “questo è il salario proporzionale, relativo” che esprime “il prezzo del lavoro immediato, in confronto con quello del lavoro accumulato, del capitale”, “supponiamo, per esempio, che il prezzo di tutti i mezzi di sussistenza sia caduto di due terzi (per es. da 900 a 300 euro), mentre il salario giornaliero è caduto solo di un terzo (per esempio da 900 a 600 euro)”. Quindi, nonostante che il suo salario sia diminuito, l’operaio può comprare più merci di prima. Ma ciononostante, “il suo salario però è diminuito in rapporto al guadagno del capitalista. Il capitalista pagando all’operaio un salario inferiore di un terzo (prima 900 euro, ora 600 euro), aumenta il suo profitto di 300 euro. “Il che vuol dire che per una minore quantità di valore di scambio che egli paga all’operaio, l’operaio deve produrre una quantità di valori di scambio maggiore di prima”. Se prima su 8 ore l’operaio lavorava 4 ore per sè per reintegrare il suo salario, e 4 ore per il capitalista, ora, con la riduzione di un terzo del suo salario, lavora 3 ore per sè e 5 ore per il profitto del capitalista.
“La parte del capitale in rapporto alla parte del lavoro è cresciuta. La distribuzione della ricchezza sociale fra capitale e lavoro è diventata ancora più diseguale. Il capitalista, con lo stesso capitale, comanda una maggiore quantità di lavoro. Il potere del capitalista sulla classe operaia è aumentato; la posizione sociale del lavoratore è peggiorata, è stata sospinta un gradino più in basso al di sotto di quella del capitalista”.
Quindi, salario e profitto stanno in rapporto inverso. “Il profitto sale nella misura in cui il salario diminuisce e diminuisce nella misura in cui il salario sale”.
“Il salario relativo può diminuire anche se il salario reale sale assieme al salario nominale, al valore monetario del lavoro, a condizione che esso non salga nella stessa proporzione che il profitto. Se, per esempio, in epoche di buoni affari il salario aumenta del 5 per cento mentre il profitto aumenta del 30 per cento, il salario proporzionale, relativo, non è aumentato, ma diminuito”. Quindi, “per quanto il salario possa aumentare, il profitto del capitale aumenta in modo sproporzionatamente più rapido”.
“Dire che l’operaio ha interesse al rapido aumento del capitale significa soltanto che quanto più rapidamente l’operaio accresce la ricchezza altrui, tanto più grosse sono le briciole che gli sono riservate”, tanto più la classe operaia forgia “essa stessa le catene dorate con le quali la borghesia la trascina dietro di sè”.
L’accrescimento del capitale è frutto soprattutto dell’aumento della forza produttiva; questa aumenta innanzitutto “con una maggiore divisione del lavoro, con una introduzione generale e un perfezionamento costante del macchinario”. Ma la concorrenza su scala sempre più mondiale dei capitalisti porta a ricominciare sempre questa strada: ancora “maggiore divisione del lavoro, più macchinario, una scala più grande su cui vengono sfruttate la divisione del lavoro e il macchinario”.
“La legge non gli concede tregua (al capitalista) e gli mormora senza interruzione:Avanti! Avanti!”.
“Ma come agiscono queste circostanze, le quali sono inseparabili dall’aumento del capitale produttivo, sulla determinazione del salario?”.
La più grande divisione del lavoro rende capace un operaio di fare il lavoro di cinque, di dieci, di venti; essa aumenta quindi di cinque, di dieci, di venti volte la concorrenza fra gli operai, sia perchè si vendono più a buon mercato, sia perchè “uno fa il lavoro di cinque, di dieci, di venti...”.
“Inoltre nella stessa misura in cui la divisione del lavoro aumenta, il lavoro si semplifica. L’abilità dell’operaio perde il suo valore. Egli viene trasformato in una forza produttiva semplice, monotona, che non deve far più ricorso a nessuno sforzo fisico e mentale. Il suo lavoro diventa lavoro accessibile a tutti”, e “quanto più il lavoro è semplice, quanto più facilmente lo si impara, quanto minori costi di produzione occorrono per rendersene padroni, tanto più in basso cade il salario, perchè come il prezzo di qualsiasi altra merce, esso è determinato dai costi di produzione... l’operaio cerca di conservare la massa del suo salario lavorando di più, sia lavorando più ore (lavoro straordinario), sia producendo di più nella stessa ora”.
“L’umanità del capitalista consiste in più lavoro possibile al prezzo più basso... i padroni tentano di ridurre il salario, senza portare nessuna modifica nominale, ma, per esempio, accorciando la pausa per i pasti fanno lavorare un quarto d’ora in più, ecc.” (da Appunti sul salario).
Ma “più egli (l’operaio) lavora, meno salario riceve, e ciò per la semplice ragione che nella stessa misura in cui egli fa concorrenza ai suoi compagni di lavoro, egli si fa di questi compagni di lavoro altrettanti concorrenti, che si offrono alle stesse cattive condizioni alle quali egli si offre, perchè, in ultima analisi, egli fa concorrenza a se stesso, a se stesso in quanto membro della classe operaia”.
La legge generale del mercato fa sì che “non possono esserci due prezzi di mercato e domina sempre quello più basso (a quantità eguale). Supponiamo 1.000 operai di uguale qualifica di cui 50 senza pane; il prezzo non verrà determinato dai 950 che lavorano, bensì dai 50 disoccupati. Ma questa legge del prezzo di mercato grava più pesantemente sulla merce-forza lavoro, che su altre merci, perchè l’operaio non può conservare la propria merce in magazzino, ma deve vendere la sua attività vitale, oppure morire per mancanza di mezzi di sussistenza” (da Appunti sul salario).
“Anche l’introduzione di macchine sempre più perfezionate portano agli stessi risultati perchè sostituiscono operai qualificati con operai non qualificati, provocano il licenziamento di gruppi di operai”.
Ma gli economisti ci raccontano che per gli operai licenziati, soprattutto per i giovani operai, “si apriranno nuovi campi di impiego”. “Ciò costituisce evidentemente una grande soddisfazione per gli operai colpiti. Ai signori capitalisti non mancheranno carne e sangue freschi da sfruttare; si lascerà ai morti la cura di sotterrare i loro morti”. Perchè, comunque, loro, i capitalisti, non vorrebbero mai licenziare cacciare via tutti gli operai, perchè ”se tutta la classe dei salariati fosse distrutta dalle macchine, che cosa terribile per il capitale, il quale senza lavoro salariato (la fonte del suo profitto) cessa di essere capitale”.
Ma pur se gli operai licenziati trovano nuova occupazione “credete voi che tale occupazione sarà retribuita come quella che è andata perduta? Ciò sarebbe in contraddizione con tutte le leggi dell’economia”.
“...Al posto dell’uomo che la macchina ha eliminato, la fabbrica occupa forse ora tre ragazzi e una donna. Ma il salario dell’uomo non avrebbe dovuto bastare per tre bambini e una donna... per conservare e accrescere la razza? (come dicono gli economisti) - No, questa affermazione ”non prova altro, se non che ora vengono consumate quattro volte più vite operaie di prima, per guadagnare il sostentamento di una sola famiglia operaia”.
Per di più le fila della classe operaia vengono ingrossate anche da settori sociali non proletari che si impoveriscono, da strati più alti della società che vengono buttati sul lastrico dalla concorrenza, che “non hanno nulla di più urgente da fare che di levare le braccia accanto alle braccia degli operai. Così la foresta delle braccia tese in alto e imploranti lavoro si fa sempre più folta, e le braccia stesse si fanno sempre più scarne”.
“In ogni crisi, l’operaio è rinchiuso nel seguente circolo vizioso: il datore di lavoro non può impiegare gli operai, perchè non riesce a vendere il suo prodotto. Non può vendere il suo prodotto perchè non trova acquirenti. Non trova acquirenti, perchè gli operai non hanno altro da offrire in cambio che il loro lavoro e proprio per questo non riescono a cambiarlo” (da Appunti sul salario).
“Infine, nella misura in cui i capitalisti sono costretti, dal movimento che abbiamo descritto, a sfruttare su una scala più grande i mezzi di produzione giganteschi già esistenti, e a mettere in moto per questo scopo tutte le leve del credito, nella stessa misura aumentano i terremoti industriali... in una parola nella stessa misura aumentano le crisi. Esse diventano più frequenti e più forti per il solo fatto che, e nella misura in cui, la massa della produzione, cioè il bisogno di estesi mercati, diventa più grande, il mercato mondiale sempre più si contrae, i nuovi mercati da sfruttare si fanno sempre più rari, poichè ogni crisi precedente ha già conquistato al commercio mondiale un mercato fino ad allora non conquistato o sfruttato dal commercio soltanto in modo superficiale. Ma il capitale non vive soltanto del lavoro. Signore ad un tempo barbaro e grandioso, egli trascina con sè nell’abisso i cadaveri dei suoi schiavi, intere ecatombe di operai che periscono nelle crisi”.
Di conseguenza “sempre più diminuiscono proporzionalmente i mezzi di occupazione, i mezzi di sussistenza per la classe operaia, e ad onta di ciò il rapido aumento del capitale è la condizione più favorevole per il lavoro salariato”.
La sorte del lavoro salariato è legata al capitale, come la corda sostiene l’impiccato."...

(CONTINUA AL PROSSIMO GIOVEDI')

24 settembre: Ilva - l'ambiente va a finire in una "Bad-company" - cioè in malora, insieme ai lavoratori, masse popolari che vogliono giustizia e interventi immediati. Questa prospettiva va contrastata e respinta!

(da Il Quotidiano) - "ArcelorMittal ribadisce l'interesse per Ilva e conferma che sul dossier è al lavoro con il gruppo Marcegaglia... È la strada su cui spinge il Governo, con il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, che ha chiamato intorno ad un tavolo al ministero tutti gli attori della possibile operazione: il responsabile per le operazioni M&A di ArcelorMittal e ceo per l'Europa, Aditya Mittal; Antonio e Emma Marcegaglia, che condividono le deleghe al timone del gruppo di famiglia; il commissario straordinario dell'Ilva, Piero Gnudi, e gli advisor. Il clima è di riservatezza, con il ministero che si limita ad indicare che l'incontro «è stato approfondito e cordiale». Ma la partita («una operazione molto complessa, una matassa difficile da districare» fanno notare fonti vicine al dossier) è anche e forse soprattutto politica, con il Governo che vede in gioco anche l'impatto su Taranto ed il futuro dell'industria dell'acciaio italiana, e che è chiamato a mettere in campo tutte le condizioni necessarie per rendere l'operazione fattibile agli occhi di investitori privati. Tra le ipotesi, anche quella di creare una newco per lasciare in una bad-company tutti i rischi che potranno derivare dalle gestioni passate, a partire dal contenzioso ambientale, e per mettere quindi al sicuro i futuri nuovi azionisti da ogni incertezza legata alla «vecchia-Ilva».".

Ciò che governo e nuovi padroni si apprestano a fare va respinto immediatamente da parte degli operai e delle masse popolari di Taranto!
Per "mettere al sicuro" i profitti dei nuovi soci, che devono avere un'Ilva sgravata di debiti e di interventi economici per l'inquinamento, puntano a creare due società: una "buona" ripulita da problematiche ambientali, ma sicuramente "ripulita" anche da operai "in esubero"; e una "cattiva" in cui devono essere buttate tutte le questioni che per i nuovi padroni sarebbero solo costi, fastidi e non utili, in primis, quindi, gli interventi di risanamento ambientale, i risarcimenti a lavoratori, cittadini ammalati o morti, e, non ultimo, gli operai diventati "zavorra". 
La logica "mors tua vita mea" del capitale e dei suoi governi scavalca ogni norma sociale, per cui chiunque vada ad acquistare un bene patrimoniale, dovrebbe prenderlo così com'è, con gli aspetti buoni e con gli aspetti da aggiustare; ma questo non vale per i padroni!
Chi si illudeva, compreso parte degli stessi operai Ilva, che liberandoci di Riva tutto si sarebbe sistemato, ora può aprire gli occhi: i padroni, italiani o stranieri/indiani che siano, sono una razza bastarda e tutti i governi, si chiamino Berlusconi o Renzi, sono al loro servizio!
Se passa questa ipotesi, all'Ilva la situazione sarà come e peggio dei tempi di Riva. Da un lato una "Nuova società" ottenuta dagli indiani e da nuovi padroni italiani quasi gratis, e in cui, chiaramente, l'obiettivo è che i soldi da investire debbano servire per la produzione, per battere sul mercato mondiale la concorrenza, non certo per difendere realmente salute e sicurezza; e i diritti degli operai saranno ancora di più carta straccia, anche in termini di difesa del posto di lavoro, del salario, delle condizioni di lavoro: tra un pò, conteremo i morti "indiani"?
Dall'altra vi sarà la "Bad company", una sorta di "buco nero" che proprio perchè pieno di debiti, non farà nulla soprattutto sul fronte del risanamento ambientale. 

NON PERMETTIAMOLO!

24 settembre: Aderire e Partecipare alla Manifestazione Palestina del 27 a Roma

comunicato stampa

lo slai cobas per il sindacato di classe di taranto aderisce alla manifestazione nazionale di roma
in particolare sottolineando tre questioni
1-lo stato di israele nella recente invasione di gaza ha commesso crimini contro l'umanità
2- il popolo palestinese ha diritto al suo stato
3-la vendita di armi ad israele da parte dell'industrie belliche italiane con il beneplacito del governo italiano deve cessare
4-taranto è parte del coordinamento regionale di sostegno al popolo palestinese, promossa dalla comunità palestinese a bari e in puglia
5-la regione puglia e il Comune di taranto devono prendere posizione a favore dei diritti umani in palestina

slai cobas per il sindacato di classe taranto
aderente al coord. reg. palestina puglia
347-1102638
via rintone 22 taranto

24 settembre 2014

Sabato 27 a Roma alle 14 Manifestazione Nazionale

Indetta dalle Comunità Palestinesi
Appello per una manifestazione nazionale in sostegno al popolo palestinese
L’aggressione Israeliana contro il popolo palestinese continua, dalla pulizia etnica del 1948, ai vari massacri di questi decenni, dal muro dell’apartheid, all’embargo illegale imposto alla striscia di Gaza e i sistematici omicidi mirati, per finire con il fallito tentativo di sterminio perpetuato in questi ultimi giorni sempre a Gaza causando più di 2000 morti ed oltre 10.000 ferite.
Il Coordinamento delle comunità palestinesi in Italia indice una manifestazione nazionale di solidarietà:
- per il diritto all’autodeterminazione e alla resistenza del popolo palestinese;
- per mettere fine all’occupazione militare israeliana;
- per la libertà di tutti i prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane;
- per la fine dell’embargo a Gaza e la riapertura dei valichi;
- per mettere fine alla costruzione degli insediamenti nei territori palestinesi;
- per il rispetto della legalità internazionale e l’applicazione delle risoluzione del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite;
- per uno stato democratico laico in Palestina con Gerusalemme capitale (come sancito da molte risoluzioni dell’Onu);
- l’attuazione del dritto al ritorno dei profughi palestinesi secondo la risoluzione 194 dell’Onu e la IV Convenzione di Ginevra.
Chiediamo a tutte le forze democratiche e progressiste di far sentire la loro voce contro ogni forma di accordi militari con Israele.
Chiediamo al Governo italiano e in qualità di presidente del “semestre” dell’UE di adoperarsi per il riconoscimento europeo dei legittimi diritti del popolo palestinese e mettere fine alle politiche di aggressione di Israele, utilizzando anche la pressione economica e commerciale su Israele.
Il coordinamento delle Comunità palestinesi in Italia chiede a tutte le forze politiche e sindacali e a tutti le associazioni e comitati che lavorano per la pace e la giustizia nel mondo di aderire alla nostra manifestazione inviando l’adesione al nostro indirizzo mail :comunitapalestineseitalia@hotmail.com
Coordinamento delle Comunità Palestinesi in Italia

24 settembre: Come si dice la faccia come il c... BALLARO' - MA GUARDA... ORA SONO I PADRONI CHE CITANO L'ART. 1 DELLA COSTITUZIONE...

Ieri sera la trasmissione Ballarò - con il nuovo conduttore Giannini totalmente schiacciato su Renzi - ha offerto ad un certo punto l'immagine di come si possa strumentalizzare la realtà, imporre un modo di lettura dei fatti al servizio dell'interesse "supremo" del padronato e della battaglia che sta facendo il governo Renzi contro l'art.18.
Alberto Baban, presidente della Piccola Industria di Confindustria, presente nella trasmissione, ad un certo punto ha dichiarato che "comunque, non dobbiamo dimenticare mai che l'art. 1 della Costituzione recita che la Repubblica italiana è fondata sul LAVORO...". 
Siccome, non siamo certo di fronte ad una inedita quanto improvvisa presa di coscienza dei padroni, la verità è che ora questi tirano fuori impropriamente l'art. 1 della Costituzione - quando tempo fa era per loro fumo negli occhi e veniva tirato fuori se mai dai lavoratori, dai disoccupati, dai precari - non certo per difendere il lavoro, ma solo per affermare che per il lavoro comunque sia - senza garanzie, a termine, con il licenziamento dietro l'angolo, demansionato - (tradotto: "per i loro profitti"), val bene l'affossamento dei diritti fondamentali dei lavoratori...!
Oggi i padroni e Renzi si fanno paladini del "Lavoro" contro i lavoratori e contro gli stessi precari e disoccupati (da questi strumentalizzati unicamente per fare l'operazione non nuova fatta dal capitale e dalla borghesia tutta, di mettere disoccupati, settori di lavoratori contro gli operai, per meglio attaccare le condizioni di lavoro, il posto di lavoro, le conquiste salariali degli uni e non garantire ugualmente nulla agli altri ma indicando ai precari e disoccupati non nella politica padronale e governativa i responsabili ma negli operai "egoisti").
Ieri sera, quindi, abbiamo assistito ad un altro esempio dell'operazione politico/ideologica, che noi abbiamo denunciato, che accompagna tutta la questione del jobs act, di mettere masse contro masse (ritirando fuori anche la vecchia questione "generazionale"), che va contrastata/battuta unendo invece masse con masse, le lotte dei disoccupati, i giovani, i precari con le lotte degli operai. 


23 settembre: Un necessario chiarimento -contro scorciatoie e opportunismo- sulla costruzione del Sindacato di Classe

[Il sindacato è un'altra cosa] 19.09.14-una discussione non tanto chiarifichiatrice


19.09.14 - Una discussione chiarificatrice ma non troppo a leggere la nota e in particolare dove si scrive 'si è condivisa la constatazione che nessuno, a partire da Giorgio Cremaschi, propone l'avvio di un percorso costituente di un nuovo soggetto sindacale.
slai cobas per il sindacato di classe
coordinamento nazionale
347-5301704



Nota di Sergio Bellavita - Il coordinamento nazionale della nostra area aveva due punti importanti di discussione da affrontare. Le questioni di fase, il pesantissimo attacco del governo Renzi al mondo del lavoro, le mobilitazioni d'autunno, la battaglia interna alla Cgil da una parte e il confronto tutto interno alla nostra area rispetto alle divergenze emerse alla festa di Viareggio. Una discussione complicata, inevitabilmente spigolosa a volte dura ma che alla fine ha chiarito che non vi è alcuna divergenza strategica sul nostro progetto.
Senza bisogno di giungere ad un voto formale si è condivisa la constatazione che nessuno, a partire da Giorgio Cremaschi, propone l'avvio di un percorso costituente di un nuovo soggetto sindacale. Il processo di ricostruzione di un sindacato di classe, di cui peraltro se ne discute da almeno trent'anni, è l'obbiettivo strategico che orienta e ordina le nostre iniziative, le nostre pratiche sindacali. Un processo appunto, di cui ci facciamo portavoce e sul quale proponiamo momenti di riflessione, che non può precipitare in un atto organizzativo del tutto slegato dai processi reali in corso sul terreno sociale e politico. Il sindacato di classe non può prescindere evidentemente dalla classe. Le compagne e i compagni avevano l'estrema necessità di comprendere cosa stava succedendo nella discussione interna. Una discussione chiarificatrice quindi. Alla fine dei lavori ho chiesto a Giorgio Cremaschi, credo anche a nome di tutti i compagni e le compagne, di rientrare nell'esecutivo nazionale della nostra area. Credo che il contributo di Cremaschi sia assolutamente importante nella vita, nelle scelte dell'area e nel processo di rinnovamento che lui stesso ha tenuto ad avviare. Penso fosse necessario comunicare in estrema sintesi la conclusione della nostra discussione.
Al lavoro ed alla lotta!
Sergio Bellavita


23 settembre: OPERAZIONE "NUOVA ILVA SPA": SVENDITA, POSTI DI LAVORO TAGLIATI, AMBIENTALIZZAZIONE NESSUNO SE LA VUOLE ACCOLLARE - CHI SONO ARCELOR MITTAL E JINDAL

Mentre oggi a Roma è in corso l'incontro tra Ministro Guidi, il commissario dell'Ilva Gnudi e Arcelor Mittal, più la Marcegaglia, all'Ilva di Taranto, sempre oggi arriva anche la Jindal - ma le prospettive sono svendita dello stabilimento ai nuovi acquirenti (come si fece a suo tempo con Riva), taglio di posti di lavoro, nessun serio impegno per l'ambientalizzazione...
"... Oggi e domani la delegazione di Jindal sarà all'Ilva di Taranto per fare un sopralluogo agli impianti, mentre giovedì e venerdì a Milano, quartier generale della società, dove incontrerà il managing director dell'Ilva... e probabilmente anche il commissario Piero Gnudi... Jindal è in corsa per la Lucchini di Piombino ma è anche interessato all'Ilva così come ha fatto presente, due settimane fa, al premier Matteo Renzi incontrato in Prefettura a Firenze...
Ora sarebbero almeno quattro i potenziali acquirenti di Ilva: oltre ad Arcelor Mittal e Jindal, c'è anche un gruppo brasiliano e gli arabi di Emirates, ma questi ultimi due non hanno ancora fatto passi formali. Rispetto a Jindal, Arcelor Mittal appare tuttavia più avanti avendo cominciato prima. E oggi pomeriggio al Mise esponenti del gruppo incontreranno il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, e il commissario Gnudi. Dovrebbe esserci anche il gruppo Marcegaglia in quanto soggetto potenzialmente interessato a far parte della nuova cordata dell'Ilva... Nell'incontro odierno Arcelor Mittal – che a Taranto ha i suoi tecnici già a giugno e per due volte – potrebbe chiedere al Governo garanzie in ordine al percorso per l'acquisizione dell'azienda. In sostanza, il gruppo franco indiano sembrerebbe disposto a farsi carico dei costi industriali e ambientali dell'acquisizione (tra l'altro il Governo ribadisce che la bonifica è una priorità) ma non di quelli derivanti dalla vicenda giudiziaria in corso... (che dovrebbe) invece essere accollata sul patrimonio dei Riva sequestrato dalla Procura di Milano, di cui una parte servirebbe anche ai lavori ambientali dello stabilimento...". 
(da Sole24Ore)

Il modello di riferimento sembra essere per questa acquisizione quello dell'Alitalia. C'è da dire che se tanto mi dà tanto, c'è eccome da preoccuparsi, visti i passaggi successivi che vi sono stati dopo l'operazione Alitalia, con oltre duemila lavoratori fuori.

(da TarantoOggi) - "Secondo indiscrezioni provenienti dal mondo finanziario, i futuri proprietari dell'Ilva rileveranno almeno il 30-40% delle azioni... un altro 10-15% dovrebbe essere rilevato da un gruppo italiano (Marcegaglia e Arvedi insieme o soltanto il gruppo Marcegaglia). Ai Riva, almeno inizialmente, dovrebbe restare non più del 20%, proprio per evitare che facciano ancora la parte del leone..." Si formerebbe una nuova società, "Nuova Ilva Spa". 
Ma - (continua TarantoOggi)"... nella "Nuova Ilva Spa" non ci sarà posto per tutti gli attuali 16,200 dipendenti e per tutti gli stabilimenti in possesso dell'attuale Ilva Spa. Sarà il nuovo acquirente a decidere cosa tenere in vita e cosa no. E di quanto personale avrà bisogno... Stringendo il campo ciò avverrà soprattutto per lo stabilimento di Taranto... Tra l'altro Arcelor Mittal ha già da tempo chiarito che non ha la minima intenzione di accollarsi i lavori previsti dal piano di risanamento ambientale...
...L'Ilva, proprio come avvenne esattamente 20 anni fa con il gruppo Riva, sarà svenduta dal governo italiano..."
Chi sono Mittal e Jindal? Quei magnati venuti da Oriente signori di metalli e miniere
SONO SOTTO IL CONTROLLO DI FAMIGLIE RICCHISSIME LE CONGLOMERATE CHE DOMINANO LA SIDERURGIA IN INDIA...
di Paola Jadeluca

Roma Tre milioni di euro solo per i fiori. Il matrimonio da favola a Savelletri di Fasano (40 chilometri da Brindisi) tra Rohan Meta e Ritika Agarwa, ha fatto atterrare in Puglia uno stuolo di famiglie che messe insieme fanno una buona quota del Pil indiano. Sarà un caso, la siderurgia l’ha fatta da protagonista. Il padre di Rikita è Pramod Agarwal, miliardario indiano del ferro, fondatore e proprietario del colosso Zamin Group. Mentre, tra gli ospiti, spicca la figura di Sajjan Jindal, presidente di Jsw Steel, che ha presentato la proposta di acquisto per le acciaierie Lucchini di Piombino. Si dice che l’idea gli sia saltata in mente mentre era qui per il matrimonio. “Business is business” e gli eventi mondani spesso si prestano a forgiare business, a consolidare legami, ad ampliare il network.... La Jsw Steel è il più grande gruppo indiano privato dell’acciaio, in piena fase di espansione... «A Brindisi, due passi da Taranto, dove c’è la storica Ilva, Sajjan Jindal deve aver fiutato l’aria di dismissioni che tira sull’acciaieria italiana e ha capito che probabilmente è il momento per portare a casa un buon affare»,
Il mercato dell’acciaio è in una fase di transizione. A livello mondiale la domanda è ancora debole, ma l’outlook è positivo, tra il 2016-2018 dovrebbe cessare il ciclo di sovrapproduzione per l’Europa, dove, secondo Carsten Riek, analista di Ubs, le imprese più solide sono tutte in ripresa ed è il momento di comprare azioni.
E la regina dei listini e dei rating è ArcelorMittal, altro colosso del settore di origine indiana che vuole comprare l’Ilva di Taranto. Comprare, investire, costruire: per Ernst & Young sono le tre direttrici per conquistare posizioni... L’acciaio è il barometro dell’economia di un paese. E l’India già oggi al quarto posto nella classifica della produzione mondiale, dovrebbe balzare al secondo, dicono le stime di Ibef, Indian brand equity Fondation, subito dopo la Cina, un gigante in questo ambito.
Una crescita al ritmo del 6,9% l’anno tra il 2008 e il 2012, ultimi dati disponibili. Confermata dalle proiezioni della World Steel Association. Un mercato dove dominano da una parte imprese pubbliche dall’altra imprese private nelle mani di famiglie ricche ma anche potenti politicamente.
Sajjan Jindal ha altri tre fratelli, tutti al timone di comando dei business ereditati dal padre, Om Prakash, imprenditore e parlamentare. Anche uno dei fratelli, Naveen, è parlamentare del partito Indian National Congress. Solo Jsw Steel, nata nel 1982, vale oggi 9 miliardi di dollari americani, ha sei stabilimenti in India ma opera dagli Usa al Sud Africa e sta facendo acquisizioni anche nelle miniere, altro asset importante in India, per garantire materia prima a minor costo...
Il re dell’acciaio è Lakshmi Nivas Mittal, 49mo uomo più potente al mondo nella classifica del magazine Forbes, a capo di Arcelor Mittal,.. E’ nato nel Rajsthan ma vive a Kensington, Londra. E’ uno degli uomini più ricchi del pianeta. Arcelor Mittal fattura 59 miliardi di dollari. E’ quotata a Parigi, Amsterdam, Lussemburgo, New York, Bruxelles e Madrid. Se dovesse, per assurdo, fallire, affonderebbe gli indici di Borsa di tutto il mondo... Ora vorrebbe comprare le acciaierie Ilva di Taranto e quelle di Genova. Due basi chiave per partecipare all’annunciata ripresa dell’acciaieria europea". 


23 settembre: Dopo, l'ennesima, strage di Adria è necessario fare chiarezza sulle cosiddette "morti bianche". NON SONO UNA FATALITA', NON SONO UN FATTO PRIVATO, SONO FRUTTO DEL BARBARO SFRUTTAMENTO DI QUESTO SISTEMA....

.... come si dice in Pillole Comuniste

"Le morti operaie non sono mai un fatto privato ma legate alla più grande e importante questione sociale, lo sfruttamento del lavoro da parte del capitale e la sicurezza sul lavoro come costo per il padrone. La vita dell'operaio in questo contesto è una variante del capitale, un effetto collaterale della guerra del capitale.
Ma l'amarezza più grande in questo caso è il fatto che proprio nelle fila operaie e delle loro famiglie la morte viene considerata un fatto privato"


.... ma come testimoniato anche da chi sul terreno della battaglia su Salute e Sicurezza sui luoghi di Lavoro si batte da anni

ADRIA - una strage operaia annunciata
diffusione a cura della rete nazionale sicurezza e salute sui posti di lavoro e sul territorio

In merito alla ennesima strage di Adria valgono, purtroppo, considerazioni già fatte troppe volte.
La strage deriva, come in molti altri casi simili, dalla mancata osservanza delle più elementari norme in materie di lavori in cisterna e in presenza di prodotti chimici pericolosi.
Non c'è bisogno di ricercarle nel D.Lgs.81/08 o nel D.P.R.177/11 (spazi confinati). C'erano già nel D.P.R.547/55... Non andava inventato niente di nuovo.
L'inosservanza delle norme avviene perché:
-       conviene economicamente alle aziende, a fronte di risparmio di costo del lavoro (appalti, subappalti), riduzione dei tempi di lavoro, mancata definizione, applicazione, controllo di procedure, mancato utilizzo di prodotti chimici meno pericolosi, ma più costosi, mancato acquisto di DPI, mancata erogazione della formazione;
-         la tutela della salute e sicurezza delle aziende è sempre di più vista non come un percorso tecnico che, partendo da analisi dei cicli lavorativi e da valutazione dei rischi, porti a misure concrete di prevenzione e protezione, ma come un “fare carta” (i famigerati Sistemi di Gestione...) con il solo obiettivo di deresponsabilizzare il management e colpevolizzare il lavoratore vittima (e quando si parla di “errore umano” non si fa altro che colpevolizzare il lavoratore...);
-         mancano o sono enormemente carenti strutture pubbliche di controllo dell’applicazione delle norme ed esse sono politicamente pilotate o limitate nelle loro possibilità di agire da forti interessi politici (i direttori delle ASL e delle ARPA sono eletti dai partiti...), collusi con gli interessi economici delle aziende pubbliche e private;
-         sono complici e colpevoli quei consulenti (ingegneri, medici, tecnici) pagati dalle aziende e che collaborano con loro non con la finalità di proteggere i lavoratori, ma di fare i biechi interessi dell’azienda (e quindi loro personale);
-         il ruolo degli RLS è sempre di più visto come l’adempimento formale di obblighi normativi eseguiti su carta, ma non nella sostanza, con ruolo di accondiscenda rispetto alle scelte aziendali; quei RLS che cercano di fare veramente battaglia sono combattuti dalle aziende che fanno il possibile per isolarli o allontanarli;
-         i sindacati, spesso collusi e complici delle aziende, (salve ormai qualche poca eccezione e sempre più spesso a livello personale piuttosto che di organizzazione) non fanno assolutamente niente per fermare la strage: a quando ad esempio uno sciopero generale contro la mancanza di salute e di sicurezza sui luoghi di lavoro;
-         la sempre maggiore precarietà del lavoro rende i lavoratori troppo succubi delle aziende e ricattabili per poter fare valere i propri diritti sul diritto al lavoro e al lavoro salubre e sicuro;
-         le sanzioni per le inosservanze delle norme sono ridicole (poche migliaia di euro nei casi peggiori), le pene detentive in caso di lesioni od omicidio sono parimenti non proporzionate alla gravità dei fatti, la rubricazione degli omicidi sul lavoro come omicidi colposi, vanifica del tutto ogni forma di deterrenza (quanti processi sono finiti in prescrizioni o con pene risibili, sospese in condizionale?).
-         manca cultura della salute e della sicurezza, manca informazioni, manca consapevolezza dei propri diritti, colpevoli di questo oltre le aziende (e ci mancherebbe...), anche sindacati, partiti, mezzi di informazione.
Tutto questo crea le condizioni perché le aziende e i loro complici attuino di fatto la SOSPENSIONE DEL DIRITTO ALLA SALUTE E ALLA SICUREZZA dei lavoratori (come quello dei cittadini).
NEI LUOGHI DI LAVORO SI VIVE ORMAI NELLA COSTANTE, ACCETTATA, CONSOLIDATA ILLEGALITA’!
Ultima osservazione e anche autocritica.
Smettiamo si parlare di morti di lavoro solo quando le stragi diventano “mediatiche”, come quella di Adria!!!
Molto cinicamente osservo che con i morti di Adria siamo perfettamente “in media” (quattro morti accertati al giorno per infortunio sul lavoro). E allora perché meravigliarsi solo ora e tacere tutti gli altri giorni?
Di morte sul lavoro e per il lavoro dobbiamo parlarne tutti i giorni, ma non solo per piangerli.
Soprattutto per analizzarne in maniera critica le cause, come quelle sopra accennate, e cercare di portare battaglia (con le poche forze che ci restano) per ridurre o limitare (non dico certo eliminare) queste cause.
La strage non finirà. Ma ogni lavoratore strappato alla morte, al’infortunio, alla malattia  è già una vittoria.
Marco Spezia


.... e ancora

La resa di un cittadino normale che voleva solo dare un contributo volontario contro gli infortuni mortali
La tragedia di ieri ha messo in luce una verità banale e scontata. Che l’articolo 18 tutela anche la Sicurezza dei lavoratori. Del resto lo scrivo da anni che le morti sui luoghi di lavoro sono quasi tutti da ricercarsi in luoghi di lavoro dove non c’è la protezione di questo articolo di civiltà e dove non è presente il sindacato. La strage di Adria mette in luce i veri aspetti della posta in gioco. Un’azienda di soli 10 dipendenti, come quella dove si è verificata la tragedia, non ha l’articolo 18, di conseguenza non ha un rappresentante della Sicurezza, e non ha probabilmente nessun iscritto al sindacato e dov’è quasi impossibile fare un’assemblea per discutere dei problemi aziendali con un rappresentante dei lavoratori.   Un camionista, che purtroppo è morto, è andato a versare direttamente in una vasca il contenuto della cisterna del camion contenente acido fosforico, mentre l’acido doveva andare in un silos a decantare. Com’è stato possibile? Di chi è la responsabilità? Ma davvero i lavoratori tramano contro la loro vita e volontariamente non rispettano le procedure di sicurezza che li tuteli?  Un camionista ha deciso da solo di saltare le procedure o era una prassi abituale e perché non è stato fermato? La magistratura chiarirà. Se ci fosse stato presente un sindacato, se ci fosse stato un rappresentante sulla Sicurezza la tragedia ci sarebbe stata ugualmente? Io credo di no. Ed è per questo da cittadino “normale” , senza nessun interesse di nessun tipo, da anni mi sto battendo contro queste tragedie. I lavorati non hanno nessuna arma di difesa se non hanno protezioni adeguate come l’articolo 18 che evita gli “omicidi sul lavoro”. I dati raccolti dall’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro  lo dimostrano inequivocabilmente. Le vittime calano in questi anni tra gli iscritti all’INAIL ma aumentano complessivamente. Siamo in questo momento a + 6,4% anche rispetto al 2008 e addirittura + 8,7% rispetto al 23 settembre del 2013. e ricordando anche che in questi anni la crisi ha fatto perdere milioni di posti di lavoro. Ho tempestato in questi anni di mail le forze politiche e la stampa, ma niente, salvo rare eccezioni a nessun interessa la vita di chi lavora. Voi pensate ad un politico, di qualsiasi schieramento e sappiate che è stato avvertito dell’andamento delle morti sul lavoro. Ma nessuno che si è mai degnato di rispondere e di chiedere di vedere “le carte”. E questo vale soprattutto per chi in questo momento ci sta governando. Il 28 febbraio 2014 ho mandato una mail a Renzi, Martina e Poletti avvertendoli dell’imminente strage di agricoltori che entro pochi giorni sarebbe ricominciata tra gli agricoltori che sarebbero morti in tantissimi schiacciati dal trattore. Io credo che in un paese civile e normale i ministri avrebbero risposto, perlomeno si sarebbero informati. Invece niente, il silenzio più totale. Da quel giorno ne sono morti così atrocemente 127. Bastava solo fare una campagna informativa e una “leggina” per far mettere in protezione le Cabine. Io credo che si dovrebbero vergognare. Ma tanto hanno dalla loro parte amministratori , stampa e televisione e giornalisti che non sanno neppure cosa vuol dire avere la schiena dritta. Ma forse non è neppure questo il motivo dell’indifferenza verso queste tragedie. La verità è ancora più banale, della vita di chi lavora a questa classe dirigente non importa niente. MI ARRENDO, BASTA SACRIFICI, BASTA STARE ORE ED ORE AL COMPUTER PER RACCOGLIERE DATI E DENUNCIARE. NON SERVE A NIENTE, CHI LAVORA E’ ORMAI SOLO MERCE E NEPPURE DELLA PIU’ PREGIATA.
 Carlo Soricelli curatore dell'Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro 


e l'unica soluzione e l'unica Giustizia sono farla finita con questo sistema e la Giustizia Proletaria