mercoledì 23 maggio 2012

arresti per schiavitu a Lecce

Comunicato Stampa

*Arresti per riduzione in schiavitù: si riparta dall’inclusione e dalla
tutela dei migranti*


Questa mattina all’alba la Direzione distrettuale antimafia di Lecce ha
eseguito 16 arresti con l’accusa di riduzione in schiavitù, associazione
per delinquere, favoreggiamento dell'ingresso di stranieri in condizioni di
“clandestinità”, estorsione e la violenza privata. Gli arresti sono stati
eseguiti, oltre che a Nardò, anche in altre località della Puglia, in
Sicilia, Calabria (Rosarno) e Campania. L’inchiesta, che ha preso il via
nel 2009, delinea l’esistenza di un vero e proprio “cartello dello
sfruttamento. Fra gli arrestati cittadini italiani fra cui importanti
imprenditori agricoli e stranieri che svolgevano il ruolo di intermediari
nella fornitura di manodopera come caporali........


Questa inchiesta ha delineato una situazione denunciata da tempo da decine
di associazioni e istituzioni locali, oltre che dalle comunità africane che
sono state costrette a ribellarsi. *Negli ultimi due anni con la Campagna
SUD, una campagna di monitoraggio e azioni di tutela in rete con altre
associazioni, abbiamo infatti constatato che ciò che era avvenuto a Rosarno
nel 2010 era solo la punta dell’Iceberg. *Dai racconti che raccoglieremo
subito dopo la rivolta, emergerà che una gran parte degli africani che
lavora tra Foggia e Rosarno, tra la Puglia e la Calabria, quegli stessi che
si sono ribellati contro lo sfruttamento, saranno oltre 2000 in una
condizione di limbo giuridico e vittime di gravissime violenze: condizioni
abitative precarie, mancanza totale di accesso ai beni primari come acqua e
assistenza sanitaria, grave sfruttamento lavorativo. Si tratta inoltre per
una buona parte, di richiedenti asilo denegati e provenienti dall’Africa
sub sahariana e arrivati tra il 2006 e il 2009, prima che gli accordi col
regime di Gheddafi chiudessero la via del deserto con la pratica illegale
dei respingimenti di massa.


Nel corso del monitoraggio effettuato tra le regioni Basilicata, Calabria e
Campania abbiamo potuto verificare che i lavoratori africani vivevano in
condizioni disumane, sottoposti alla violenza strutturale imposta da
caporali e in alcuni casi da datori di lavoro. Negli ultimi dieci anni i
braccianti stranieri hanno occupato fabbriche e capannoni abbandonati,
casolari di campagna diroccati. Niente acqua potabile, niente luce, niente
riscaldamento, servizi igienici drasticamente insufficienti, qualche doccia
di fortuna, degrado e sporcizia, materiali pericolosi e lastre di eternit
ovunque.  Inoltre la condizione lavorativa è estremamente dura. Si svegliano
all’alba per andare all’appuntamento fisso sulle piazze del reclutamento
per lavorare come braccianti. Guadagnano 20-25 euro per 8-10 ore di lavoro.
Spesso sono esposti senza precauzioni ad antiparassitari e sostanze
chimiche che, raccontano, spargono sui campi a mani nude. I più fortunati
riescono a farsi pagare a giornata. Per gli altri il compenso è di un euro
a cassetta, ma solo i più robusti riescono a riempirne più di 20 prima che
cali il sole. E poi c’è la tassa per il trasporto: dai 3 ai 5 euro dovuti
per il viaggio fino ai campi, che a volte distano parecchi chilometri. A
ingaggiarli, infatti, sono spesso degli intermediari che fungono da veri e
propri caporali. In tanti raccontano di non aver mai conosciuto il
proprietario dei campi, di aver subito vessazioni e punizioni e di essere
rimasti tante volte senza paga.

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*Ora crediamo sia utile capire quali strumenti istruire per tutelare queste
vittime, rese invisibili da una condizione giuridica di e quali prospettive
offrire su un piano di emancipazione sociale e lavorativa. *

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*I nostri sportelli hanno raccolto circa 850 casi nel corso degli ultimi
due anni, braccianti che hanno voluto raccontare e denunciare e per i quali
abbiamo predisposto azioni di tutela volte a far emergere tutti dalla
clandestinità; ci chiediamo quando e come si vorranno offrire prospettive
di inclusione lavorativa e sociale per determinare uno scardinamento del
modello di sfruttamento esistente, a partire appunto dalle numerose
possibilità che si sono costruite nel SudItalia, indicate e praticate
numerose associazioni. Modelli e pratiche da raccontare ed esportare, ma
soprattutto da sostenere da parte delle istituzioni locali. *

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*ACTION DIRITTI IN MOVIMENTO*

*SPORTELLO QIEBRALEY *

*CAMPAGNA SUD*



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